I FIORETTI
Il braccio destro dell’Opera di Padre Pio
dal Numero 33 del 12 settembre 2021

Il dottor Guglielmo Sanguinetti svolgeva la professione di medico in provincia di Firenze e precisamente a Borgo San Lorenzo. Per far contenta la moglie acconsentì ad accompagnarla a San Giovanni Rotondo, come semplice autista. Trovandosi sul posto, non poté esimersi dal partecipare alla Messa di padre Pio, anche per rendersi conto delle voci che circolavano su di lui e dell’eccezionalità di quella Messa, tanto lunga quanto sofferta. Dopo la Celebrazione eucaristica, in sacrestia, si sentì chiamare per nome da padre Pio che non lo conosceva. Ne rimase fortemente impressionato, sconcertato.

Qualche giorno dopo, padre Pio, passandogli vicino, gli disse: «Tu lavorerai per me!». Ma egli non comprese. Era andato a San Giovanni Rotondo per non più di otto giorni e per vari motivi si fermò per quaranta giorni. Fu un’esperienza durante la quale assaporò la gioia di una sincera conversione ed inoltre, con amore e professionalità, assistette zi’ Orazio, l’amato genitore di padre Pio, fino al giorno del trapasso.

Una mattina il Padre gli disse: «è tempo. Lascia il Mugello e vieni sul Gargano». Così, dopo ventisette anni trascorsi come medico tra la gente della sua zona, si trasferì definitivamente a San Giovanni Rotondo, per una nuova missione da compiere.

Si dedicò con tutte le sue energie alla realizzazione della Casa Sollievo della Sofferenza, in qualità di consigliere delegato tutto fare. In effetti, padre Pio aveva visto in lui l’uomo della Provvidenza che avrebbe realizzato il suo sogno. Diresse il bollettino La Casa Sollievo della Sofferenza e, sulle indicazioni suggerite da padre Pio, stese le prime norme per i Gruppi di Preghiera.

Mi piace riportare qui di seguito quanto il dottor Sanguinetti scrisse sulla sua “chiamata” voluta dal Padre. Uno scritto mai pubblicato sul bollettino dell’Opera e ultimamente trovato tra le sue carte e quindi dato alla stampa nel marzo del 2002 sulla rivista I Quaderni, sempre di Casa Sollievo della Sofferenza.

«Venni per la prima volta a San Giovanni Rotondo il 27 maggio 1935. Da venticinque anni lontano dalla religione, ero allora in uno stato di crisi spirituale, tormentato tra il desiderio di credere ed il ragionante grigiore del dubbio. 

Mia moglie mi aveva chiesto come dono di accompagnarla a vedere padre Pio, del quale da anni aveva sentito parlare, ed io mantenni la promessa fattale; ma se da un lato speravo di trovare in lui il donatore di pace al mio spirito tormentato, dall’altro dubitato di trovare un’istrionica figura di frate esaltata dal fanatismo che sapevo caratteristico del fantasioso spirito meridionale. Fui accolto male all’arrivo da un frate laico, che mi cacciò in malo modo dal convento ove mi ero introdotto per salutare padre Pio appena arrivato. 

Fui trattato un po’ duramente dallo stesso padre Pio, al quale mi presentai il mattino seguente in ora inopportuna, ignorando le sue abitudini. La sera stessa egli ascoltava la mia confessione e mi empiva l’anima di commozione per la paterna umanità e per l’amorevole gentilezza con la quale seppe temperare la giusta e da me meritata severità. 

Ritornato dopo alcuni mesi a vederlo, una sera egli improvvisamente mi disse: “Dobbiamo fare tre tabernacoli, tre tende: una per Gesù, una per te ed una per me! Come sarebbe bello!”. Ed aggiunse: “Rimani qui per sempre! Devi rimanere qui per sempre!”. 

Ignorantissimo come ero in fatto di religione, lo ascoltai senza capire. Mi fu poi illustrato il riferimento alle parole di Gesù sul Tabor. Poche sere dopo mi ripeté le stesse parole, insistendo più chiaramente sulla mia venuta definitiva a San Giovanni Rotondo. Allora io gli dissi che non era possibile, perché le mie condizioni economiche me lo avrebbero impedito, traendo io le uniche sorgenti economiche di vita dal mio lavoro professionale, che era molto e pienamente soddisfacente, ma legato al mio luogo di residenza. 

Non avevo beni né capitali.

Egli volle allora che gli esponessi le mie precise condizioni economiche e rise della assoluta sobrietà di esse. “Però – mi disse – tu potrai venire lo stesso, perché per te ci sarà un biglietto”. Rimasi stupito di tali lotterie né vedevo a quale altro biglietto egli potesse riferirsi.

Frattanto insieme al dottor Mario Sanvico, conosciuto a San Giovanni e divenuto per me vero amico e fratello spirituale, ci costruimmo una casetta, dietro consiglio del Padre, quale piede a terra a San Giovanni e non pensai più al “biglietto”, per quanto ad ogni mia venuta il Padre ripetesse a mia moglie ed a me l’appuntamento per la nostra venuta definitiva a San Giovanni.

A volte mi diceva che avrei fatto il medico, altre volte che avrei fatto il camionista e nello stesso tempo che avrei avuto l’automobile e l’autista senza pagarlo.

Pareva che scherzasse e rideva spesso e delle mie condizioni economiche e, forse, della faccia stupita e perplessa con la quale accettavo le sue affermazioni così strane.

Nel febbraio 1941 morì il padre di mia moglie, che era stato richiamato alla fede da una visita a padre Pio, e lasciò a mia moglie e alla sorella di lei alcuni buoni del tesoro che per desiderio della sorella di mia moglie e suo rimasero in amministrazione nelle mie mani con l’esplicito patto che su qualunque parte potesse essere estratto un premio, esso sarebbe stato diviso tra le due sorelle in parti uguali. Nessuno di noi però pensava seriamente a tale possibilità.

Dopo pochi mesi, il giorno dell’Immacolata del 1941, venne il direttore del Monte dei Paschi, ove avevo depositato i buoni del tesoro, ad annunciarmi che era stato estratto un premio di 500.000 lire sui buoni del tesoro intestati a mia cognata. Esso fu diviso per metà tra le due sorelle, e con la metà di mia moglie ed i miei risparmi potemmo acquistare una piccola proprietà e metterla in valore.

Al sopraggiungere della guerra in Italia, il Padre, interpellato da mia moglie, le tolse ogni timore per la nostra proprietà, una villa con terreno circostante situata proprio nella zona più bombardata del nostro paese, dicendo che essa era un dono della Provvidenza e nessuno ce l’avrebbe tolta. Infatti, oltre cinquanta grosse bombe sono scoppiate nelle vicinanze, hanno distrutto o molto gravemente lesionato tutte le case circostanti, ma non hanno toccato la nostra. Le modeste rendite di essa, aggiunte al sufficiente reddito professionale, rendono possibile la nostra parca vita a San Giovanni Rotondo.

Ora faccio un poco il medico, ma ho fatto di recente anche il camionista e forse ancora lo farò, ed ho l’automobile e l’autista non pagato da me quando debbo spostarmi per gli affari e gli interessi dell’Opera dell’ospedale! E la tenda sul Tabor è fatta nella casetta costruita anni fa su consiglio del Padre, è fatta vicino alla sua e vicino a quella di Gesù che è là nel santo Tabernacolo della piccola chiesetta del convento.

E nessun rimpianto vi è ormai né in mia moglie né in me per le comodità ed il benessere materiale della nostra vita passata, ma solo la dolcezza di una piccola offerta e la speranza di poter rimanere qui, fino all’ultimo istante della nostra vita, e pronunciare qui l’ultimo “Fiat” nella grazia del Signore!». 

Da quanto detto finora possiamo affermare che padre Pio fu l’ideatore, la guida, lo sprone, ma si servì di vari collaboratori per attuare la sua Opera. Ne è prova il fatto che la sera, durante la conversazione, al suo compaesano sacerdote, don Peppino Orlando, spesso con il gomito gli batteva forte nei fianchi, dicendo: «Hai capito, si devono iniziare i lavori». Imbarazzato, don Orlando rispondeva: «Ma Piuccio, perché devo far ridere sulle mie e tue spalle? Iniziare i lavori per una grande clinica senza un progetto, senza un disegno, senza un ingegnere?». «Tu devi iniziare i lavori» replicava lui.

Se padre Pio fu l’ideatore della Casa Sollievo della Sofferenza, Sanguinetti fu il braccio destro, il portavoce delle sue idee. Tutta la sua giornata era a servizio dell’Opera. Non si tirava indietro davanti ad alcun lavoro: faceva l’autista, il camionista, il sovraintendente dei lavori, il direttore del giornale, lo scaricatore, il consigliere delegato. Quando non era in ufficio o in convento da padre Pio o sul cantiere, era in chiesa a pregare. 

Il suo nome non sarà mai più diviso da quello di San Giovanni Rotondo; dalla Casa Sollievo della Sofferenza, che volle bella ed efficiente; dalla montagna brulla, che trasformò in un verde bosco; dai bei giardini, ricchi di fiori che dovevano, con la loro bellezza, contribuire a sollevare le sofferenze degli ammalati.

In vari scritti espresse il suo pensiero circa l’andamento dell’ospedale; da tutto l’insieme si nota come, ascoltando assiduamente padre Pio, pian piano faceva sue le intenzioni del Padre e fedelmente le traduceva in realtà. 

 

Padre Marciano Morra, Il mistero del dolore in Padre Pio e gli angeli del conforto, pp. 339-344

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