I FIORETTI
“Per le anime ho offerto a Dio tutti i dolori della mia vita”
dal Numero 32 del 5 settembre 2021

Se l’incontro con padre Pio produsse in Titina [De Filippo] rassegnazione e serenità, non fu così per padre Pellegrino, che si aspettava, seduta stante, un miracolo di prima categoria. Non fu così e rimase deluso, si imbronciò e protestò. Aveva maggiormente perso la fiducia in quel “santarello” troppo remissivo alla volontà di Dio!... Si avviarono verso il refettorio perché era orario di pranzo. Padre Pio aveva espresso i suoi sentimenti in una preghiera sommessa e sentita ma che padre Pellegrino non condivideva ed era nervoso. Aveva perso l’appetito ma aveva deciso di accompagnare il Padre a mensa, poi si sarebbe ritirato in camera senza mangiare. Ma un fatto nuovo gli fece cambiare idea. Padre Pio era diventato pallido, non riusciva a tenersi in piedi e a camminare.

Lo fece sedere nelle adiacenze del refettorio, sempre brontolando contro i superiori che gli avevano assegnato l’ufficio di assistenza del Padre, un compito che non si sentiva all’altezza di assolvere. Poi, anche per scaricare la tensione e farlo riprendere, rivolto verso il Padre, brontolando, disse: «Va bene, adesso andiamo a refettorio, ma poi ce la vedremo con questi santi “crumiri”, che ci fanno soffrire troppo». [...].

Padre Pio sorrise e poi precisò: «A me sembra che chi soffre di più in questo caso è quella povera figlia». Padre Pellegrino non si rassegna e batte il chiodo, prendendo lo spunto proprio da una commedia di Eduardo De Filippo: «Ci saranno pure dei santi che non si arrendono a questa “serrata crudele”; ed io lo troverò un santo non “crumiro”». Il Padre sorrise e poi: «Povero illuso! Allora faresti meglio a raccomandarti a qualche diavolone».

A questo punto, spiffera una spudorata bugia: «Lei mi ha detto che avrebbe riconsegnato Titina alla vita e all’arte e, invece, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto intervenire, lei si è offerto per raccomandare l’anima a Dio, farle l’estrema unzione ed anche il funerale». Il Padre, che aveva notato i precedenti borbottii, precisò: «Non si può forzare, oltre certi limiti, la volontà di Dio». Padre Pellegrino cambia registro, portando il discorso sul disonore che ne sarebbe ricaduto sul Santuario, con conseguenti pettegolezzi del mondo dell’arte. Quest’ultima affermazione scosse padre Pio, tanto da fargli passare il malessere; si alzò ed entrò in refettorio.

Durante il pranzo il Padre non toglieva gli occhi da padre Pellegrino, gli mandò la sua razione di vino e i suoi piatti, che aveva appena toccati, ma padre Pellegrino non mangiò nulla. Padre Pio lo chiamò per dargli una monumentale bomboniera che due sposi gli avevano offerta, ma non si alzò. Gliela portò un confratello che commentò: «Rustica progenies semper villana fuit», frase che tradotta in parole semplici voleva dire: “Non fare il cafone!”. Terminato il pranzo, padre Pellegrino prese il suo posto di assistente e lungo le scale padre Pio gli disse: «Uagliò, ma che t’à pigliato? Qua me pare ca u pellestrelle è stato pigliate d’a mosche n’ata vote» (Ragazzo, ma che ti ha preso? A me sembra che il piccolo puledro sia stato preso nuovamente dalla mosca). Al che padre Pellegrino confidò che non riusciva a rassegnarsi alla scomparsa della grande artista. E qui ancora una precisazione importante di padre Pio: «Le grazie non le faccio io, che poi non sono neppure un santo. Io per questa tua amica, come per gli altri del resto, ho offerto a Dio tutti i dolori della mia vita, senza nessuna riserva. Che avrei dovuto fare di più? Tu piuttosto, oggi, mi sembri una furia scatenata. Che hai?». «Che ho io? Ma che ha lei che non ha voluto chiedere a Gesù la guarigione di Titina?!».

Certo, il modo di parlare di padre Pellegrino lascia perplessi, ma io che l’ho conosciuto bene, perché mio compagno di studio negli anni di Teologia, posso assicurarti che non vi è nulla di strano. Si dice che il lupo cambia il pelo e non il vizio; ebbene con padre Pio si comportava come nelle relazioni con i professori, quando era studente. Era estroso, amicone, gioviale, dall’intelligenza viva. Non gli dispiaceva di mettere in difficoltà il professore di turno, che lo informava sul voto di condotta trimestrale. Tutto, però, in clima goliardico. Stesso metodo usava con padre Pio che lo rintuzzava subito senza aspettare la fine del trimestre.

Padre Pio, dopo le confidenziali esternazioni, invece di mandarlo al diavolo, si mostrò comprensivo ed iniziò un dialogo affettuoso e costruttivo: «Di fronte a qualsiasi sofferente dovrebbero passare in second’ordine o scomparire i sentimenti di simpatia o di antipatia per far posto a quelli della compassione e dell’amore».

«Ed io agisco, invece, sotto l’influsso della simpatia e dell’antipatia. È vero: Titina De Filippo mi è simpatica, perché è una grande artista napoletana».

«Faresti molto meglio ad amare oltre il sentimento della simpatia, per vedere in lei i milioni di sofferenti sparsi nel mondo, l’amore, così, non diminuisce, ma si accresce e si perfeziona».

 

di Padre Marciano Morra, Il mistero del dolore in Padre Pio e gli angeli del conforto, pp. 48-51

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