I FIORETTI
La Notte Santa 1954
dal Numero 48 del 20 dicembre 2020

San Giovanni Rotondo, 25 dicembre 1954. All’una, il mio compagno mi toccò il gomito e sussurrò: «Nevica!». Mi avvicinai alla finestra del coro e detersi con due dita il vetro velato di vapore: tutto era già bianco: la strada, il piazzale, i tetti; fiocchi sottili seguitavano a cadere, nella luce piena fatta dai lampioni e dai fanalini delle case.

Quando, tre ore prima, eravamo saliti al convento, era una notte calma, meravigliosamente stellata. C’eravamo indugiati a guardare l’Orsa maggiore e le luci che brillavano alle finestre di tutte le case. Tutto il borgo era desto, chi non era già in Chiesa si accingeva ad andarci. Avevamo visto, appena scesa la sera, la gente alla spicciolata e in comitiva arrivare a bordo delle corriere, dei taxi, di automobili d’ogni tipo: s’era riversata negli alberghi e nelle case degli amici. Gente stanca, proveniente da Milano e da Roma, da Bari e da Napoli; trangugiato in fretta un po’ di cibo, era andata a dormire per trovarsi in tempo alla funzione notturna.

Quella stessa gente, più tardi, affollò la piccola chiesa del convento, la sagrestia, il coro: non ci fu più un angolo libero; tuttavia, ogni momento, altra folla arrivava dal paese: in maggioranza uomini, che si mettevano ad attendere il proprio turno davanti ai confessionali, o, seduti sulle panche della sagrestia, tacevano pensosi.

Poco prima delle undici, squillò la campanella, da un armonium si levò un leggero canto natalizio. Quando l’armonium tacque, i frati cominciarono a salmodiare: dapprima, furono lenti monologhi, che poi, a poco a poco, si riscaldarono, si animarono; s’intrecciarono dialoghi: domande e risposte concitate. Erano i Profeti, che annunziavano, dall’abisso dei secoli, la nascita del Messia; era Isaia, che descriveva le circostanze dell’avvenimento; erano i Pastori veglianti sui monti di Giuda, che s’incitavano l’un l’altro ad andare in cerca del Salvatore.

Alle dodici meno un quarto, mentre il salmodiare diveniva sempre più serrato, s’accesero ad una ad una tutte le luci della chiesa; tre frati, tra i quali padre Pio, s’alzarono dai loro stalli e cominciarono a indossare i paramenti liturgici; alcuni laici indossarono le cotte e accesero i ceri; comparvero due pacchi di candele e gli uomini che gremivano il coro se le passarono l’un l’altro accendendole. Una moltitudine di fiammelle circondò, così, padre Pio che modulava, con voce tremula di pianto, gli ultimi versetti del Rituale. Terminatili, ci fu qualche istante di silenzio, durante i quali si udì il respiro del pendolo. Poi cominciarono i tocchi della Mezzanotte, dall’armonium si levò una dolce nenia pastorale, sfavillarono le minuscole luci che bordeggiavano la culla del Bambino Gesù apparsa tra i celebranti. Un laico pose il turibolo a padre Pio, che vi mise dentro alcuni cucchiaini d’incenso e lo fece poi dondolare con dolcezza davanti al Bambino, inchinandosi profondamente.

S’era fatto un silenzio profondo: il pendolo aveva cessato di scandire i suoi tocchi, l’armonium taceva, dalla folla che stipava le navate non veniva un rumore. Nel coro, borghesi e frati erano prosternati davanti al Bambino; si sentiva solo il breve tintinnìo del turibolo mosso. Poi padre Pio intonò il Te Deum, che venne ripreso a gran voce dalla folla.

Allora la vita parve ridestarsi, ci fu come uno sfavillìo di gioia. Frati e borghesi si levarono da terra, presero a camminare a due a due, lungo il corridoio del convento, rasente le pareti, continuando a cantare; procedevano lentamente, passando davanti alle porticine delle celle, ognuna con un numero e un pio motto sull’architrave. In fondo al corteo, veniva padre Pio, tenendo fra le mani la culla col Bambino.

Dopo aver percorso il lungo corridoio ad anse ed aver disceso una scala, la processione sfociò nella sagrestia, e di là nella chiesa. Il canto del Te Deum si allargò, s’ingigantì, divenne un coro sterminato, nel quale in armonia si fusero le voci gravi degli uomini e quelle acute delle donne: sembrava che tutto l’universo adorasse il Bambino giacente sull’altare. Terminato il Te Deum, successe un breve brusìo; poi iniziò la Messa.

Alle quattro, quando anche la terza Messa ebbe termine, fioccava fittamente. La folla si sparse per la strada del borgo e per i sentierucci tra casa e casa. Per un po’ le luci continuarono a brillare alle finestre, poi una ad una si spensero, mentre le ultime automobili rombavano discrete verso gli alberghi. Finalmente si riposava, sul Gargano. Ma per poco, l’alba non era lontana.  

di Gherardo Leone,
La Casa Sollievo della sofferenza

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