I FIORETTI
Quel primo viaggio, tra sacro e profano. Giovanni Bardazzi / 2
dal Numero 38 del 4 ottobre 2020

Si parte la mattina alle cinque da Prato. Avevo con me otto persone: fra cui, naturalmente, mia moglie, la Demarista e altre persone. Nove in tutto. Tante ne portava la macchina. Erano i primi giorni di aprile del 1950. Prato, Firenze, Pontassieve, la splendida vallata del Mugello e i primi tornanti che portano al passo del Muraglione. La stessa strada che percorrevo ogni settimana con la macchina carica di stoffa e non mi era mai successo nulla. Le persone che avevo con me alternavano la conversazione alla preghiera. Passi per la conversazione, ma la preghiera mi dava fastidio. Avevo accanto una donna che non cessò mai di pregare. Anche quando le altre parlavano – per le donne non è difficile trovare argomenti – lei continuava a borbottare la sua litania. Mi faceva una rabbia! Allora, quando mi capitava di frenare, lo facevo con violenza e, immancabilmente, la poverina batteva una capata nel vetro.

Io stavo per conto mio. Partecipavo poco alla conversazione e punto alla preghiera. Pensavo. Mi facevo le domande da solo e da solo mi rispondevo. Chilometro dopo chilometro, costruivo il mio progetto. “Ora vado da questo frate e gli spiego come stanno le cose. Le cose del partito [PCI] lui non le sa mica. Che volete che sappia un frate. E quando gliele avrò spiegate rimarrà a bocca aperta, mi darà ragione e diventerà comunista anche lui. Non potrà essere che così, perché il partito non può sbagliare. Allora tornerò a Prato: avete visto? L’ho convertito! Io l’ho convertito. Gli farò vedere io chi è Giovanni. Per me sarà un trionfo”.

Mi riportò in terra una spia che si era accesa nel cruscotto: era quella dell’acqua nel radiatore che aveva cominciato a bollire. Fermai. Detti un’occhiata al motore. Mi sembrò che tutto fosse in ordine. Chiesi dell’acqua a un contadino e ripartii. Fatto qualche altro chilometro, si riaccende la solita spia e siamo daccapo. Solita sosta. Solito rifornimento di acqua. Riparto. Ero su di giri. Me la prendevo con Dio, con le offese più sanguinose. Captavo il bisbiglìo dell’equipaggio, scandalizzato dal mio comportamento. Mia moglie apriva bocca per dirmi qualche cosa, ma la Demarista le dava di gomito: «Sta zitta! – le sussurrava all’orecchio – Sono le ultime bestemmie che prende da lui!».

Varcato il passo, si arriva a Rocca San Casciano. Mi fermo da un meccanico per fare un controllo perché così non si può andare avanti. La cinghia è a posto. Smonta la pompa dell’acqua: tutto perfetto. Perdite di acqua non ce ne sono. Masticavo amaro. Berlicche [il demonio] faceva il suo mestiere. La Demarista, un po’ più esperta delle sue astuzie, mi fa una proposta: «Senti nini, se ci si mettesse un po’ d’acqua santa nel radiatore?».

Figuriamoci. Avevo tirato una fila di eresie e questa mi scappa con l’acqua santa. Mi detti un morso sulla lingua e stetti zitto. Risultato: si mise l’acqua santa nel radiatore e la spia non si riaccese più.

Arrivo a Fano e sento l’auto sbandare. Mi accosto sulla destra: c’è una gomma a terra. Succede. Faccio il cambio e riparto. «Ad Ancona la farò riparare» mi dico e via. Alla prima officina che trovo mi fermo, ma il gommaio non c’è. Bisogna aspettare. Io continuavo a dire il mio rosario, la moglie a protestare, la Demarista a dare di gomito. Arriva il gommaio, esegue la riparazione e si riparte. Spicca sulla nostra destra l’enorme mole del santuario della Madonna di Loreto. Quella dell’acqua santa ne tira fuori un’altra: «Ora che siamo qui, perché non si fa una visita alla Casa della Madonna?». Cerco di controllarmi. «Che casa della Madonna e casa della Madonna – protesto –. La casa della Madonna non è in Palestina?». «Sì, l’hanno portata qui gli angeli» – chiarisce la Demarista. Mando giù la saliva e cerco di rimanere calmo: «Gli angeli? O che è di carta?», osservai.
Ora dovete capire anche me. A uno che la pensava come la pensavo io, andare a dirgli che dalla Palestina era stata trasportata una casa di sassi e poi dagli angeli. Allora non ressi più. «Sentite, se si intende di ragionare per bene, si va avanti, altrimenti vi accompagno alla stazione di Ancona e proseguo da solo».

Tutti zitti. Poco prima di San Benedetto del Tronto mi scoppia una gomma. Faccio la sostituzione e arrivo al paese poco prima delle 23. Ero stanco morto. Mi appoggiai al volano e mi addormentai. Si cercò di riposare un po’; come si può riposare in nove in una macchina. All’alba si riprende il cammino.


Padre Pio sale a bordo con l’auto in corsa

Dentro di me avveniva una lotta tremenda: da una parte volevo invertire la marcia e tornare indietro, dall’altra una forza misteriosa mi obbligava ad andare avanti. L’equipaggio continuava a pregare, la donna che avevo accanto a me a battere le capate nel vetro. Ero arrivato dalle parti di Vasto e s’era fatto quasi mezzogiorno. Mi fermo a una fontana per darmi una rinfrescata e per mangiare qualcosa: pane e finocchi. Il pane lo avevamo con noi, i finocchi nel campo a lato della fontana. Percorsi alcuni chilometri, sento fare: «Sssst...! C’è padre Pio!». 

Dopo l’acqua santa e la Casa della Madonna, ora s’era diventati dieci. Dallo specchietto, vedevo la Demarista che muoveva le labbra come se parlasse con qualcuno, ma questo «qualcuno» non lo vedevo. «Padre Pio... padre Pio...». Riflettevo fra me: «Come ha fatto questo padre Pio a salire in macchina, se non mi sono fermato?». Non poteva essere. Fra Termoli e Campo Marino, in fondo a un rettilineo, abbordai la curva un po’ troppo forte e scoppiò la gomma un’altra volta. Cambio e a Serra Capriola compro una gomma nuova e faccio mettere un mancione a quella scoppiata. Riparto. Avevo da fare ancora una cinquantina di chilometri per arrivare. Però, che fosse salita in macchina una persona senza che mi fossi fermato, non mi tornava. «Ma insomma, questo frate, cosa ha detto?», chiesi. Risponde la Demarista: «Ha detto che è inutile che si corra, perché stasera non si farà a tempo a vederlo. Arriveremo tardi». «A che ora si ritira?». «Verso le sei», mi fu risposto.

Erano da poco passate le tre del pomeriggio e avevo da percorrere circa 50 Km. «Digli al tuo padre Pio che ha sbagliato, perché fra un’ora sarò là».

Ero sicuro. Andavo come il vento. Volevo far passare da bugiardi sia la Demarista sia il Padre. Le avrei portate anche sulle spalle le persone, pur di aver ragione io. Io, Io, Io, sempre Io. L’Io vuole avere sempre ragione. Arrivo a San Marco in Lamis. In una curva, presa un po’ troppo stretta, striscio con la ruota nello spigolo di una bascula dove pesavano gli autotreni: a terra un’altra volta! Cambio la ruota e riparto. Sono le 17 circa. Faccio sempre a tempo. Faccio sempre a tempo. Mi vedevo già arrivato: «Avete visto chi ha ragione?».

Eccomi a San Giovanni Rotondo. Ce l’ho fatta. Imbocco la strada che porta al convento: quasi lo intravedo. Sono all’altezza dove c’è ora l’albergo San Michele. All’improvviso, uno schianto secco uno scossone e l’auto si blocca nel mezzo della strada. Si erano rotti tutti i quattro perni delle balestre e i parafanghi si erano posati sopra le ruote. Questa volta non c’era rimedio. Ci volle il carro attrezzi e verso le 18.30 si liberò la strada. Nel frattempo, sfinito, mi ero addormentato sotto un mandorlo, con la schiena appoggiata al tronco. E ora mi si viene a dire che il demonio non esiste? Esiste!. Eccome esiste! Non gli va data importanza, altrimenti fa di noi una pallina, ci distrugge. Si era ancora amici a quei giorni, quando ancora bestemmiavo, ma sapeva che erano le ultime. Fa le pentole, come si dice, ma i coperchi non li ha mai saputi fare. E quando sarà l’ora del giudizio, perché lì ci arriverà chi crede e chi non crede, verranno fuori tutte le nostre magagne e noi accuseremo lui: «Me l’hai suggerito tu di fare quel peccato». «Io ho fatto il mio lavoro – risponderà –. Ma tu hai prestato la volontà».  

Continua

estratto da: Giovanni Bardazzi,
Un discepolo di Padre Pio,
pp. 23-28

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