I FIORETTI
Spionaggi notturni
dal Numero 19 del 12 maggio 2019

Le notti successive a quella «dell’impiccagione», quasi sempre sveglio verso le 2.30, mi deliziavo nell’ascoltare le cadenze di quel passo strisciante e il suono delle dolci parole uscenti da quelle labbra infuocate. Le brevi preghiere che riuscivo ad afferrare le trovavo tanto diverse dalle preghiere convenzionali e abitudinarie, alle quali, assuefatto l’orecchio sin da bambino, non porgevo più alcuna attenzione, a meno che, per finire con l’odiarle, non ascoltassi gli anticipati «pissi pissi» ritmanti le orazioni vocali di certi pinzocheri occupati a far saltare i nervi dei vicini di panca.
Nello stesso padre Pio, notavo una enorme differenza tra le preghiere da lui fatte in pubblico con la fine arte da lui impiegata per non dare spettacolo e non distinguersi dagli altri e quelle da lui bisbigliate nel cuore della notte, senza nessuno intorno, nella gioiosa convinzione di poter agire in perfetta libertà e calma. Non riuscivo purtroppo a sintonizzarmi perfettamente sulla sua trasmittente, né a coglierne, nella giusta misura, volume ed intensità; però, a riguardo, le mie ricezioni, anche se deboli per la grande distanza tra la sua e la mia spiritualità e per i difetti delle mie apparecchiature riceventi, le ritengo sufficienti ad avere e dare un’idea fioca, ma precisa di quelle fervide preghiere.
In prossimità del suo sopraggiungere, esultavo, tremavo, mi giravo e rigiravo nel letto, ridevo e piangevo. L’attesa era spasmodica [...]. Confesso che qualche volta mancai al proposito di restare sveglio o di svegliarmi, battuto dalla distrazione, dalla stanchezza o dalla indecisione. Ignoravo e ignoro ancora se padre Pio fosse consapevole delle mie osservazioni segrete; sono sicuro però di essere stato per lui non temibile come ficcanaso e non trascurabile invece come elemento da aggiogare al carro del «suo» Gesù. Cominciavo infatti a conoscere, almeno sommariamente, le pratiche finalità di certi suoi atteggiamenti. [...].
Intanto, convinto di non poter contare sempre sulla spontaneità del mio risveglio e, molto meno, sulle prestazioni del Longines a cipolla avuto in regalo per la mia prima Messa dalla mia madrina di Battesimo, cominciai ad avere l’idea fissa di procurarmi una sveglia con suoneria, pur sapendo che, a lungo andare, avrei vanificato tutti i mezzi impiegati per vincere il sonno, perché, non tanto per natura, quanto per abitudine, ero e resto dormiglione. 


Una sveglia in regalo

Pietro Cugino, il cieco, conosciuto il mio desiderio di avere una sveglia e, compresa la mia vergogna di farne subito una regolare richiesta all’economo del convento, mi suggerì di rivolgermi a uno svizzero di nome Carlo o alla famiglia Bianchi, oppure di chiederla allo stesso padre Pio. Egli diceva bene; ma con quale coraggio rivolgermi al Padre per una sveglia che avrei usata non tanto per svegliarmi al mattino, quanto per spiare lui nel cuore della notte? Ero sicuro infatti che non sarei riuscito a ingannarlo sulle mie vere intenzioni, come avevo già fatto con gli altri. Per un bicchierino di cognac sorbito nella villetta di Mary Pyle e, più ancora, per la fiducia che avevo assorbito dai racconti della signorina «americana» sulle sue esperienze con il Padre spirituale, vinsi la vergogna e i timori. Terminata la visita tornai in convento, deciso a dare senza indugio assalto alla fortezza e andai nella cella N. l; baciai la mano a padre Pio e, come se mi trovassi nel negozio di un orefice, con il goffo e finto coraggio dei timidi gli dissi: «Mi serve una sveglia». «Eh, sì! Mo t’aggia dà pure a sveglia!» (Essì, ora debbo darti pure la sveglia!), mi rispose sorridendo. Poi, dopo aver rapidamente accennato al fatto che, senza permesso del superiore, non avrebbe potuto offrirmi niente, suscitò nel mio intimo un leggero risentimento contro i miei incoscienti consiglieri e mi lasciò interdetto con l’impressione di averla fatta grossa. E forse così era: una persona che avrebbe voluto e potuto darmi ben altro, messa ora sul piano degli orologiai, veniva completamente deprezzata.
Nato tondo, non potevo diventare quadro in un momento. Umiliato per il rifiuto e per il riferimento al permesso dei superiori, contro i quali ero già indispettito, perché vedevo padre Pio come preda dei loro rapaci e potenti artigli legali, dissi tra me: «Quando mai si è visto che a un sacerdote novello si fanno le prediche sull’obbedienza?! Avaraccio di Pietrelcina! Questa è la prima e l’ultima volta che ti chiedo una cosa!».
In risposta ai miei capricciosi puntigli contro l’angelica creatura, la sera trovai, sul tavolo della mia cella, una bella sveglietta con la freccia della suoneria puntata sulle due e mezzo precise. Mi risero gli occhi. Dopo l’amarezza del rifiuto sofferto non mi aspettavo quello slancio, quella effusione di generosità. In seguito mi fu noto che egli stesso aveva parlato al superiore: «Pe quillu uaglione ce vò na sveglia» (Ci vuole una sveglia per quel ragazzo).
Per lenire le ferite del mio orgoglio, non fu sul punto di chiedermi scusa, ma mi dimostrò di essere più sollecito e pronto lui nel dare che io nel chiedere: nel luccichio di quel quadrante ora tutto mio mi offrì uno dei primi dolci aspetti della propria umanità.  


Scoperto subito

Con l’ausilio della sveglia non persi più gli appuntamenti, anzi, per eccesso di premura, ero sempre troppo in anticipo sull’ora del suo passaggio. Avevo già fatto parecchie notti di esercitazioni e, superata la fase di rodaggio, cominciavo a considerare la eventualità di spingermi un po’ più su per allargare l’orizzonte di osservazione: accarezzavo infatti il sogno di sorprendere padre Pio, in tutto lo splendore della grazia santificante, estasiato dinanzi a Gesù Sacramentato, libero dai riguardi della convivenza umana e sciolto dalle costanti della umiltà. E una notte vinta la timidezza, saltai il fosso della lealtà: con l’animo in tumulto per quanto rilevavo di vile, temerario, buffo e vergognoso nel mio comportamento, andai ad appiattarmi in biblioteca. Durante l’attesa pensavo che finalmente avrei visto le fiamme sfuggenti dal suo cuore e dirette, come frecce scoccate da un arco a ripetizione, verso Gesù Eucaristia; pensavo che avrei potuto contemplare il suo Angelo custode «tete à tete» con lui e che sarei stato tanto fortunato da sentirmi rivolgere, almeno per convenienza ed educazione, un saluto confidenziale da qualcuno dei personaggi celesti presenti all’appuntamento. Purtroppo la visione, costruita dalla mia fantasia accesa sparì con l’arrivo del protagonista: appena entrato in coro venne dritto dritto verso la biblioteca, dove evidentemente mi sapeva acquattato e attraverso la porta socchiusa mi chiamò: «Vagliò, vié quà» (Ragazzo, vieni qua). Sorpreso a fare la spia, mi considerai disonorato per sempre: ebbi un moto di ribellione, perché credevo di aver diritto, nonostante tutto, anche come spia, a un certo rispetto e di non dover tollerare il suo eventuale disprezzo, a costo di andarmene da San Giovanni Rotondo. Mi avvicinai e nella penombra della chiesetta mi sentii sfiorare la guancia sinistra da morbidissimi polpastrelli e da carezzevoli fili di lana, con lo stesso innocuo ed affettuoso tocco di uno schiaffetto materno a un neonato. Superati gli attimi di vergogna e di dispetto dissi tra me: «Ma guarda che razza di santo! Questo mena pure schiaffi! Però anche lui si prende con te tanta confidenza, quando a me non ne dà niente?!». [...].
Non mi credevo degno neppure di un rimprovero e cominciavo a tenere puntigliosamente gli occhi bassi; egli invece né tacque né mi riprese; con uno sguardo e un cenno della mano mi fece intendere che avrebbe avuto poche concessioni da farmi e pochissimo tempo da dedicarmi e disse semplicemente: «Vuoi avere una visione di Gesù? È vero? E allora mettiti a contemplare il Tabernacolo insieme con me». Io avrei voluto vedere tutto «a occhio nudo» e senza sforzo, nella pratica applicazione di un parassitismo mistico possibile soltanto nel mio cervello di allora. Intanto sicuro che, attraverso i veli, i lini e i paramenti della preghiera suggerita da lui, non avrei visto niente lo stesso, m’inginocchiai accanto a lui.  


Gesù faccia a faccia

Affascinato dagli accenti delle sue preghiere durante le precedenti veglie notturne, messo, ora, gomito a gomito con lui, mi stizzii perché cominciai subito a sentire un prepotente bisogno di dormire. E dopo cinque minuti presi a sonnecchiare e, solo perché sopportato da un uomo come lui, grande anche nella pazienza, potei continuare a dare testate a vuoto, finché non caddi come un ammasso di rottami sui tavolacci del pavimento, fin troppo morbidi per le mie ossa dure e stanche. L’equilibrato confratello sembrava che avesse tutta la buona volontà di offrirmi lo splendore di una visione celeste e m’indicava nella preghiera una scaletta solida e sicura per arrivare alle gioie della contemplazione; ma, mosso a pietà, non poté fare a meno di valutare le mie incapacità e le mie velleitarie pretese e constatò, non senza una punta d’ironia: «E tu che così vuoi vedere Gesù faccia a faccia? Vatte a duorme, và» (Vai a dormire, vai).
Per colmo di sventura, nel risollevarmi, diedi una capocciata sotto il poggiagomiti dell’inginocchiatoio. Mi aveva già preso in giro con qualche vaga speranza e qualche amara constatazione e adesso nel vedere tutte incentrate sul sonno le mie teorie ascetico-mistiche, semispaventato dal botto, diede uno sguardo al traballante inginocchiatoio e disse con una serietà forzata: «Figlie mie, e tu l’à schiuvate! Vatte a duorme. E du uaie c’à cumbenate nen fà sapé niente a padre Raffaele» (Figlio mio, tu l’hai schiodato! Vai a dormire e del guaio che hai combinato non far sapere niente a padre Raffaele). Sembrava proprio che per andarsene in estasi e iniziare i colloqui con Gesù e Maria Santissima avesse bisogno del mio permesso: cioè non avermi tra i piedi.
Rassegnato a far felici lui e i benedetti angeli e santi del Paradiso, troppo preferenziali, rigorosi e pignoli nella scelta degli interlocutori, me ne andai. Non ammesso tra i soci del Club delle 2.30, rientrai nella mia celletta, augurandomi buon riposo e sogni d’oro.

Padre Pellegrino Funicelli,
Padre Pio tra sandali e cappuccio,
pp. 58-66