I FIORETTI
Padre Pio e il diario evangelico di padre Pellegrino
dal Numero 15 del 15 aprile 2018

Soddisfatto, quasi gongolante, con le gambe a cavalcioni e le mani intrecciate dietro la nuca, mi dondolavo sulla sedia sgangherata che cigolava sotto il mio peso: ero convinto di aver messo tutto a posto e per sempre.
Mi misi a frugare negli annali della mia memoria e ne venne fuori la figura di un mio ex-direttore di collegio: padre Federico Carozza da Macchia Valfortore.
Questo sacerdote cappuccino, innamorato com’è della parola di Dio, neppure quando dorme si stanca di trattare argomenti biblici [...]. A me e agli altri seminaristi, durante il ginnasio, il liceo e la teologia dandoci il suo esempio, inculcava, per ogni circostanza, per ogni eventualità o crisi, a proposito ed a sproposito, la pratica del diario evangelico, consistente nello scrivere e commentare quotidianamente su di un apposito quaderno i versetti del Vangelo.
Era convinto che per risolvere tutti i nostri problemi di fondo basta una parola di Gesù ben meditata ed applicata. [...].
Non con l’intenzione di superare definitivamente la crisi del momento ma con la voglia matta di restituire il titolo di Don Chisciotte a qualche personaggio del tempo di Gesù, avevo appena tirato fuori dal cassetto del tavolino il quaderno del mio diario evangelico, quando sentii picchiare alla porta.
Nella certezza che si trattasse di un confratello perditempo come me, invece di rispondere: Ave Maria, secondo il costume dei cappuccini di quei tempi, gridai con un accento plateale: «Non stare a seccarmi».
Si aprì la porta e apparve padre Pio con un libro fra le mani, rimase un momentino interdetto per la brutta e sorprendente accoglienza, ma poi gli venne da ridere, e disse: «Tu sei il monumento della gentilezza francescana».
Il mio sussulto per riafferrare a volo la rispostaccia naturalmente era stato vano, e, quindi, chinai la testa umiliato. Inoltre, ero imbarazzato perché egli, sia pure per un attimo aveva notato come io, desiderando che non annusasse e scoprisse i miei lavori esegetici, avevo richiuso con furia il quaderno del diario nel cassetto, e mi ero subito dato un contegno naturale e fortemente tinto di serietà, sperando così o di distrarlo o di obbligarlo ad essere discreto di fronte al mio tiretto. Dissi: «Padre, credevo che fosse il confratello... a picchiare», come per dargli ad intendere che avevo mille ragioni di bistrattare non lui, ma l’altro confratello. «Ho capito», commentò con una voce piena dell’amarezza che provava nel vedermi vittima dei miei nervi, ma poi ammorbidì la sua disapprovazione, e disse sorridendo: «Tu con i confratelli esageri in gentilezza, figlio mio».
Dispensandomi dal ricercare altre attenuanti, si sedette al mio tavolo, dal quale mi ero alzato vedendolo entrare nella mia cella, e mi presentò, con l’esortazione di leggerlo e studiarlo, il libro che egli aveva scelto per me in biblioteca.
Affermai che non avrei mai più aperto un libro di teologia morale e di dogmatica cattolica e che, solo incontrandole fra le pagine di qualche rivista, forse avrei detto: buon giorno e buona sera alla signora Teologia, ed ebbi la spudoratezza di rifiutare il libro. Ma lui, sempre buono e dignitoso, mi guardò con una dolcezza, che a me in quel momento dava fastidio, perché mi sembrava che nei suoi occhi ci fossero cento altri occhi: tutti addosso a me! Ed anche la premura con cui insisteva mi sembrava perfidia: «Zuccone, tu vai da un eccesso all’altro: cinque minuti fa volevi divorare una montagna di carta e ora ti rifiuti di meditare con calma il pensiero dei santi». Il titolo di Don Chisciotte forse mi aveva provocato un attacco d’isterismo, e lo interruppi petulante: «Ma a che serve?». «Come a che serve?!», mi redarguì con severità.
Padre Pio restava spesso incerto di fronte a quelle situazioni che gli offrivano simultaneamente un lato comico ed uno tragico. Infatti, chinò la testa per fare un’amara riflessione e nello stesso tempo, come se da una forza maggiore fosse costretto a sorridere, disse con un tono cordiale che spinse anche me al sorriso: «Vagliò’, quanne ‘ncucce [Ragazzo, quando ti intestardisci], fra te e il cavallo di fra Corrado non passa alcuna differenza, e, se c’è qualche differenza, va sempre a vantaggio di quel bel cavalluccio».

Vangelo nel cuore

Il libro che mi porgeva padre Pio era un volume di san Tommaso: lo presi. Ma non so se il ringraziamento, che gli feci perché egli in quell’occasione era stato molto premuroso verso di me, fu spontaneo e sincero o solo una forzata formalità. E non saprei dire neanche come, approfittando della sua delicatezza e del suo affetto e non curando il suo finissimo intuito io sia stato capace in quel momento di formulare questo stupido pensiero, che svelo a distanza di anni: ma che razza di tattica psicologica è questa di padre Pio? Lui vuol vincere le esagerazioni mie con le sue! o meglio io sono pazzo e lui, invece, fa il pazzo per riportarmi all’equilibrio. Ma non sa che il cavallo di fra Corrado, quando s’intestardisce, non lo smuove nessuno!? Effettivamente quel bel cavallo, donato a fra Corrado da don Pasqualino De Meis, un grande proprietario terriero abruzzese, si fermava in certi luoghi, specialmente di notte e diventava pesante come il piombo: né con le carezze né con la frusta si riusciva a spingerlo avanti, nella direzione da esso ricusata.
Intanto, per la furia con cui avevo richiuso il tiretto, la gelosia per i miei segreti era stata notata da padre Pio, così che egli, facendo uso di quella specie di prepotenza che possono permettersi solo certe persone qualificate e solo con quella certa persona ormai squalificata e bisognosa del loro aiuto, riaprì il tiretto e con un candore angelico tirò fuori il quadernetto del mio diario, che non vide giammai persona viva.
«Diario evangelico!», esclamò, «Questa sì che è una bella cosa!». Immobile come una statua, gli occhi fissi sul quaderno, sembrava che avesse gridato al miracolo non tanto per il significato del diario quanto per la mia persona che improvvisamente gli si svelava dedita agli scritti sacri. Sorpreso dalla spontaneità del suo incoraggiamento, gli manifestai come il mio ex direttore padre Federico Carozza un po’ con le belle e un po’ con le brutte e, soprattutto, con la sua ostinazione, mi aveva costretto a studiare il Vangelo e a fare, una dopo l’altra, senza posa notte e giorno, quelle che lui chiamava «scoperte evangeliche», cioè studi profondi e geniali di carattere esegetico.
Avrei voluto, però, strappargli il quaderno dalle mani per non farglielo aprire. Ma come fare? Era troppo difficile dichiarare così, su due piedi, che avevo qualcosa da nascondere, soprattutto a lui. Ormai ero rovinato: proseguendo nella sua indagine simpatica (simpatica lo dico adesso, ma allora no), aveva già aperto il quaderno per mettere subito gli occhi sulla più geniale delle mie scoperte, nata sui versetti 5 e 6 del capitolo XI di san Marco, in cui si tratta dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme.

Scoperte evangeliche

Mi sembrava impossibile che i giudei, proprietari dell’asino su cui Gesù fece l’ingresso, fossero tanto generosi; e, cercando una spiegazione plausibile, scrivevo che Gesù e la Madonna, visto che, dopo la morte di san Giuseppe, il loro asinello non serviva più, lo avevano regalato a quei signori: la generosità di costoro, quindi, non era del tutto disinteressata; facevo poi qualche altra considerazione sull’età media degli asini di 2000 anni fa e sulla possibilità di rintracciare, in qualche scavo, le genealogie asinine del tempo di Gesù: roba da schiaffi, insomma!
A padre Pio, tutto teso nello sforzo di frenare il riso per non mortificarmi, colavano le lacrime dagli occhi. Solo dopo qualche minuto si calmò e disse: «L’affare è serio. Con queste scoperte tu puoi laurearti in Sacra Scrittura. Io posso raccomandarti a quel Professore... Come si chiama? Padre Vaccari? Sì, sì, a Padre Vaccari». Con la sua bonarietà avrebbe continuato a prendermi in giro, se io fossi stato tanto spiritoso da sopportarlo; ma l’ombra dell’umiliazione, già nettamente dipinta sulla mia faccia, lo costrinse a cambiare tono: «Senti, figlio mio. Il tuo ex direttore ti ha insegnato una pratica veramente buona. Ora, non so se per colpa tua o sua, questa iniziativa l’hai avvelenata “c’a vulie d’e scuperte” (con la velleità delle scoperte). E che razza di scoperte! Fallo questo diario. Ma pensa piuttosto a quello che dice Gesù. E come scrivi le sue parole nel tuo quaderno, così stampale dentro il tuo cuore. Allora sì che scoprirai qualcosa di bello e di buono per l’anima tua».
Avevo perduto l’uso della parola. M’inginocchiai nella speranza che mi benedicesse e mi facesse baciare la mano. Prima di alzarsi ed andarsene mi contentò. Rimasto solo, mi rianimai un poco e fui subito punto dal desiderio di farmi chiedere scusa da lui per tutti i titoli che mi aveva dati in quei due o tre giorni di discussione. Gli corsi dietro e raggiuntolo sulla porta del coro gli dissi: «Padre, secondo lei io sono una specie di giardino zoologico in miniatura». Girò solo la testa: «Come sarebbe a dire?». Mi lamentai: «Lei in questi due o tre giorni mi ha detto che sono un galletto, un pappagallo, una gallina, un cagnolino e un cavallo». Mi ero fatto il conto: cinque titoli nobiliari buoni per un biglietto da visita. Allora lui si girò completamente verso di me e congiunse le mani come per chiedermi perdono: «Hai ragione: scusami. Però vedi un po’ quanti animali bisogna scomodare per costringere un mulo a non tirare calci contro la Santa Chiesa e a piegare il ginocchio di fronte alla bellezza della nostra Fede». Ed entrò in coro.
Rimasi come un ebete: con quest’ultima pennellata aveva corretto la bozza del mio biglietto da visita. Pensai: e come la metti KO la Chiesa Cattolica, se si trova sempre qualcuno che la difende così? Che dovevo fare? Mi ritirai in buon ordine dentro la mia stanza, numero 17, naturalmente.  

Padre Pellegrino Funicelli,
Padre Pio, tra sandali e cappuccio,
pp. 105-112