APOLOGETICA
Il Prologo di san Giovanni. Educare alla Somma Verità, Bontà e Bellezza
dal Numero 4 del 27 gennaio 2019
di Corrado Gnerre

L’Evangelista rivela la più intima identità di Dio quando afferma: “Il Verbo era Dio” non meno di quando dice: “Dio è amore”. Il prologo del suo Vangelo offre una verità d’importanza capitale: l’amore non può essere sganciato dalla verità.

Ha scritto Benedetto XVI: «[Il Prologo di san Giovanni] è un testo mirabile, che offre una sintesi di tutta la Fede cristiana. Dall’esperienza personale di incontro e di sequela di Cristo, Giovanni, che la tradizione identifica nel “discepolo che Gesù amava” (Gv 13,23; 20,2; 21,7.20), “trasse un’intima certezza: Gesù è la Sapienza di Dio incarnata, è la sua Parola eterna fattasi uomo mortale”. Colui che “vide e credette” (Gv 20,8) aiuti anche noi a poggiare il capo sul petto di Cristo (cf. Gv 13,25), dal quale sono scaturiti sangue ed acqua (cf. Gv 19,34), simboli dei Sacramenti della Chiesa. Seguendo l’esempio dell’apostolo Giovanni e degli altri autori ispirati, lasciamoci guidare dallo Spirito Santo per poter amare sempre di più la Parola di Dio» (Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini, n. 5).


La Somma Verità

All’inizio di tutto è il Logos, ovvero la ragione, la razionalità.
«In principio era il Verbo» (Gv 1,1). Il Faust di Goethe (illustre esponente del Romanticismo) ha una scena in cui il dottor Faust sta nel suo studio riflettendo sul Prologo del Vangelo di san Giovanni. Egli non accetta che in principio sia il Verbo, bensì afferma che in principio debba essere l’azione. Ciò è perfettamente attinente all’essenza della filosofia romantica, che è appunto l’azione, la prassi e non certo il fondamento metafisico, cioè la verità. Tutta la filosofia moderna, costruendosi sul progressivo abbandono della metafisica, pone come essenza di se stessa il pensiero dell’uomo, che poi si traduce in un porre l’agire dell’uomo a fondamento di tutto, perché, senza il riconoscimento di un vero oggettivo, questo agire diviene criterio di se stesso.
Il Cristianesimo, invece, si pone su un piano diverso. Tutto si fonda sul riconoscimento della verità e tutto parte dalla verità. E ciò per un motivo ben preciso: perché Dio s’identifica con la verità, con la ragione. Dio non è concepito solo sotto l’aspetto della volontà, ma anche e soprattutto sotto l’aspetto della ragione. Dio non può patire in sé alcuna contraddizione. Dio è verità immutabile.
Con ciò si spiega perché il Cristianesimo abbia fatto giustamente tesoro del miglior patrimonio della filosofia greca. Nel celebre discorso che Benedetto XVI fece a Ratisbona il 12 settembre del 2006 troviamo queste parole che, non a caso, fanno riferimento al Prologo di san Giovanni: «A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: “In principio era il λ?γος”. È questa proprio la stessa parola che usa l’imperatore [il Papa sta facendo riferimento ad un celebre dialogo tra l’imperatore bizantino Michele II Paleologo con un persiano colto, n.d.a.]: Dio agisce “συ?ν λ?γω”, con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l’Evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell’Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: “Passa in Macedonia e aiutaci!” (cf. At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una “condensazione” della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco».


La natura della monotriade: l’amore deve essere giudicato dalla ragione

«[...] il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1).
Il mistero della Santissima Trinità è un mistero e come tale non può essere compreso. Ma non per questo è qualcosa d’irragionevole. Nella Dottrina cattolica ciò che è mistero è sì indimostrabile con la ragione, ma non è irrazionale, cioè non è in contraddizione con la ragione.
A proposito della Trinità si afferma che è costituita dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo. Non si dice: dallo Spirito Santo, dal Figlio e dal Padre o dal Figlio, dal Padre e dallo Spirito Santo, ma: dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo. Il tutto in una successione logica ma non cronologica. Ciò vuol che senza il Figlio non ci sarebbe lo Spirito Santo e senza il Padre non ci sarebbe il Figlio. Ma non che il Padre abbia creato il Figlio e il Figlio abbia creato lo Spirito Santo. Perché, se così fosse, il Figlio e lo Spirito Santo sarebbero delle creature e ciò non è.
Dunque una successione logica, ma non nel tempo (cronologica). Il Cristianesimo ortodosso (quello dei Russi, dei Serbi, dei Greci, per intenderci) è lontano dal Cattolicesimo anche perché, a proposito della Trinità, non riconosce la dottrina cosiddetta del Filioque, cioè che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Lo Spirito Santo – dicono gli ortodossi – procede solo dal Padre. Questione di lana caprina, direbbe qualcuno. Inutili pignolerie, direbbero altri. E invece no, la questione è importante, per non dire importantissima.
Didatticamente si attribuisce al Padre l’azione della creazione, al Figlio quella della Redenzione e allo Spirito Santo quella della santificazione. Questo non vuol dire che nel momento della creazione il Padre agiva e il Figlio e lo Spirito Santo non partecipavano, oppure nella Redenzione il Figlio agiva e il Padre e lo Spirito Santo erano assenti. Nella creazione ha agito tanto il Padre, quanto il Figlio, quanto lo Spirito Santo e così nella Redenzione (è la cosiddetta circuminsessione), ma metodologicamente diciamo così: il Padre crea, il Figlio redime, lo Spirito Santo santifica.
Il Figlio lo chiamiamo anche Verbo (Parola) per indicare il fatto che è il Dio che si manifesta. Il Figlio è anche il Logos, la Verità, mentre lo Spirito Santo è l’Amore. Ed ecco il punto nodale. Già in Dio è pienamente rispettata la processione logica verità-amore. L’amore deve essere sempre giudicato dalla verità, altrimenti può diventare anche il sentimento più terribile. Facciamo un esempio. Un padre di figli che lascia la famiglia, perché “s’innamora” di un’altra donna, fa bene? Oggi molti risponderebbero di sì. Direbbero: se lo ha fatto per amore... Ma questo è il punto. L’amore se non è giudicato dalla verità può diventare molto pericoloso. Facciamo un altro esempio. Perché Hitler e i suoi decisero di perseguitare gli ebrei? La risposta può sembrare paradossale ma non lo è: per troppo amore nei confronti della razza ariana. Perché Stalin decise di sterminare milioni e milioni di piccoli proprietari? Per troppo amore nei confronti dello Stato socialista. Perché Robespierre decise di tagliare teste su teste? Per troppo amore nei confronti della Rivoluzione che lui sentiva minacciata. Ecco cos’è l’amore sganciato dalla verità. E, se si riflette bene, questo è uno degli errori più tipici dei nostri tempi. C’è chi si lamenta che oggi ci sia poco amore. Verrebbe da dire: no, non è così, d’amore oggi ce ne è fin troppo, ciò che manca è la consapevolezza della Verità, che è un’altra cosa!
Bisognerebbe ritornare a meditare sulla natura di Dio per capire come già nella sua intima natura è presente questa verità, e cioè che l’amore è vero se è conforme al Vero. Solo così si potrà anche capire perché mai la Chiesa Cattolica ha tenuto fermo sul punto del Filioque.


La verità è in principio e la verità è nelle cose

«Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,2-3).
Dunque, la verità è al principio di tutto. Nulla è possibile senza la verità. L’uomo non può vivere senza la verità, il che si traduce nel fatto che l’uomo non può vivere senza la ricerca di senso. D’altronde senza un significato, la vita cade sotto la condanna dell’irrazionalità. L’alternativa, infatti, è proprio questa: convincersi di essere frutto di un progetto di amore e quindi di essere accompagnati da questo progetto o invece convincersi di essere gettati nel mondo. Se la verità non esiste, non esiste il significato, e se non esiste il significato, tutto è illogico e irrazionale. Il Prologo di san Giovanni dice proprio questo: la verità è nelle cose. Dunque, la vita ha una sua ragione. Siamo frutto di un progetto.
Senza Dio, ogni cosa che si fa, anche se meravigliosa, grande, utilissima, è priva di luce, cioè è priva di significato. La luce è ciò che illumina il reale, ovvero ciò che rende conoscibile ciò che è posto dinanzi allo sguardo. Così come le cose esistono anche al buio, indipendentemente dall’essere illuminate o meno, parimenti tutto ciò che l’uomo compie o può compiere esiste anche se egli non ha inserito nella sua vita il fondamento, ma tutte queste cose, inevitabilmente, rimangono buie. Scrive Eliot: «O buio, buio, buio. Tutti vanno verso il buio, / i vuoti spazi interstellari, il vuoto verso il vuoto, / i capitani, i grandi banchieri, gli eminenti letterati, / i generosi mecenati dell’arte, gli statisti e i sovrani, / distinti impiegati statali, presidenti di molti comitati, / industriali e piccoli mediatori, tutti vanno verso il buio. / È buio il sole e la luna, e l’almanacco di Gotha. / E la gazzetta della borsa, e il consiglio de direttori, / e freddo il sentimento e perduto il motivo dell’azione. / E noi tutti andiamo insieme a loro, nel silenzio funerale, / funerale di nessuno, perché non c’è nessuno da seppellire».


Senza la verità, nulla esiste sul piano ontologico e tutto è possibile sul piano morale

Ha detto Benedetto XVI: «Mi sembra una cosa quasi incredibile che una invenzione dell’intelletto umano e la struttura dell’universo coincidano: la matematica inventata da noi ci dà realmente accesso alla natura dell’universo e lo rende utilizzabile per noi. [...]. Solo perché la nostra matematica è affidabile, la tecnica è affidabile. La nostra scienza, che rende finalmente possibile lavorare con le energie della natura, suppone la struttura affidabile, intelligente della materia».
Dire che tutto parte dalla verità, che Dio è Logos, che Dio è verità, vuol dire che la stessa creazione è avvenuta secondo una logica, cioè secondo un progetto. Vuol dire riconoscere che nella realtà creata vi è una legge, appunto: la legge naturale. Riconoscere l’esistenza di un diritto naturale.
Senza il riconoscimento del diritto naturale, tutto diviene possibile. La modernità, che si è costruita con l’allontanamento dalla dimensione metafisica, ha espunto il riconoscimento del diritto naturale aprendo inevitabilmente la strada al positivismo giuridico, che altro non è se non la riduzione della forza del diritto nel diritto della forza.  


Il Verbo è Dio che conosce se stesso, non rimanendo chiuso in se stesso

«In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1,4).
Ovviamente il mistero della Santissima Trinità è un mistero, per cui non è possibile trovare per esso una spiegazione che possa davvero spiegare, cioè che possa davvero renderlo comprensibile. Ciò che si può dire è che il Verbo è Dio che conosce se stesso, perché solo l’Infinito può conoscere pienamente se stesso. Dalla conoscenza del Padre verso il Figlio e del Figlio verso il Padre procede l’amore che si personifica, che è lo Spirito Santo.
Ora, mentre le azioni ad intra, cioè intratrinitarie, sono necessitate, quelle ad extra sono del tutto libere. Ciò vuol dire che Dio non era affatto costretto a creare, eppure lo ha fatto. Dice santa Caterina da Siena: «Come creasti, dunque, o Padre eterno, questa tua creatura? Io sono grandemente stupefatta di ciò; vedo infatti, come tu mi mostri, che per nessuna altra ragione la facesti, se non perché con il lume tuo ti vedesti costringere dal fuoco della tua carità a darci l’essere, nonostante le iniquità che dovevamo commettere contro di te, o Padre eterno. Il fuoco dunque ti costrinse. O amore ineffabile, benché nel lume tuo tu vedessi tutte le iniquità, che la tua creatura doveva commettere contro la tua infinita bontà, tu facesti vista quasi di non vedere, ma fermasti l’occhio nella bellezza della tua creatura, della quale tu, come pazzo ed ebbro d’amore, t’innamorasti e per amore la traesti da te, dandole l’essere all’immagine e similitudine tua. Tu, verità eterna, hai dichiarato a me la verità tua, cioè che l’amore ti costrinse a crearla [...]» (1).


La dimensione della bellezza

«La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta» (Gv 1,5).
Benedetto XVI così disse ad un gruppo di artisti incontrati nella Cappella Sistina: «L’autentica bellezza [...] schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé» (2). Sono parole, queste, che esprimono molto bene la vera essenza della bellezza. È bello ciò che conduce verso l’oltre, verso un significato che possa rispondere pienamente alla dimensione di tutto. Ma per far sì che questo avvenga occorre che tale significato da dare alla dimensione del tutto si leghi a ciò che possa inglobare il tutto, che ne sia la vera ragione.
Le parole di Benedetto XVI, inoltre, colgono anche un’altra importante questione, ovvero quanto la bellezza, per essere veramente tale, debba legarsi al vivere. È bello ciò che risponde alla questione fondamentale dell’esistere. È bello ciò che attiene alla questione del senso della vita. Ora, dal momento che la vita non può essere davvero “risolta” se non in un Significato che vada oltre l’hic et nunc, cioè che vada oltre il limite umano per approdare verso l’Infinito, è bello ciò che conduce verso questo Infinito.
La bellezza è dunque nostalgia del divino. Intendendo per nostalgia non un ricordo di ciò che già si è assaporato, così come la poteva intendere Platone con la sua teoria delle idee, bensì un “marchio” di provenienza: l’uomo ha nostalgia del divino in quanto dal divino “proviene” perché da Dio è stato creato; e la bellezza come nostalgia del divino è nell’identificazione del divino con la bellezza.


Dio è bellezza

Sant’Agostino definisce Dio “bellezza”. Egli ha scritto nelle Confessioni: «Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato» (3). Il Santo di Ippona non parla del suo incontro con Dio sottolineandone una dinamica esclusivamente intellettuale, astratta, puramente concettuale, bensì vuole significare quasi fisicamente questo incontro, ne vuole evidenziare la dimensione dell’abbraccio, la dimensione sensibile, quasi “carnale”, arrivando appunto ad appellare Dio come “bellezza”. Tanto è vero ciò, che c’è un prosieguo a queste parole: «Tu mi chiamasti, e il tuo gridò perforò la mia sordità. Tu balenasti, e il tuo fulmine dissipò la mia cecità. [...]. Tu mi toccasti, e il desiderio di Te non fece che aumentare» (4). Sant’Agostino parla addirittura di esser stato “toccato” da Dio, ovvero il Signore si è talmente fatto presente nella sua vita, lo ha abbracciato talmente, da non aver potuto resistere a quell’incontro.
Questo perché il Dio del Cristianesimo non solo è vero, ma è anche buono e bello. Si tratta di proprietà legate fra loro costitutivamente ma anche logicamente; tant’è che si potrebbe anche dire che Dio è buono e bello proprio perché è vero. La bontà e la bellezza sono costitutive nella natura di Dio, sono entrambe coeterne, ma logicamente conseguono alla verità di Dio, ovvero al suo essere logos, al suo essere verità immutabile, al suo essere ragione-di-tutto-ciò-che-esiste e che non può patire alcuna contraddizione. Il Prologo di san Giovanni dice chiaramente che in principio è il Verbo (cioè il Logos) e il Verbo è la luce che splende e che dissipa le tenebre. Il Verbo, dunque, è anche luce, ma è luce in quanto Verbo, cioè in quanto è verità.
La bellezza non può essere legata a stati d’animo contraddittori, per cui, relativamente a come ci sentiamo, dovremmo giudicare diversamente le cose. No. Se fosse così, non potremmo avere nemmeno un’oggettiva idea di felicità e di tristezza, cosa che invece è evidente nella nostra natura. Quando l’uomo è triste, riconosce la sua tristezza e la riconosce perché la compara a quello stato d’animo di felicità e di appagamento che ha già sperimentato; così come quando è felice, riconosce la sua felicità perché la compara a quello stato d’animo di tristezza e di sconforto che ha già sperimentato. Dunque, così come la felicità non è legata alla dimensione volitiva, né tanto meno può scaturire da una decisione della volontà, così è anche per la bellezza. La bellezza è legata alla verità, all’immutabilità, al fondamento. Dio è bello in quanto è vero, in quanto è immutabile, in quanto è logos, in quanto è ragione di tutto non suscettibile di contraddizione.


La natura è bellezza

Nel Genesi si parla dello Spirito di Dio che si fa artefice e modellatore di tutto, trasformando (particolare importante) il chaos in kosmos, cioè il disordine in ordine (cf. Gen 1,3). Ma non solo. Questo Spirito comunica bontà alle cose che crea. Ripetutamente il Genesi afferma che Dio giudica il creato come «cosa buona» (Gen 1,3). Tutto il creato è buono perché Dio è buono. Tutto il creato è bello perché Dio è bello. Ci sono delle parole di Giovanni Paolo II che ben esprimono ciò che stiamo dicendo. Sono parole che rivolse agli artisti: «Cari artisti, voi ben lo sapete, molti sono gli stimoli, interiori ed esteriori, che possono ispirare il vostro talento. Ogni autentica ispirazione, tuttavia, racchiude in sé qualche fremito di quel “soffio” con cui lo Spirito creatore pervadeva sin dall’inizio dell’opera della creazione. [...]. Quando l’artista realizza la sua opera lo raggiunge una sorta di illuminazione interiore, che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello, e risveglia in lui le energie della mente e del cuore, rendendolo atto a concepire l’idea e a darle forma nell’opera d’arte. Si parla di momenti di grazia, perché l’essere umano ha la possibilità di fare una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende» (5).
Dunque, l’artista (ma dovremmo dire: il vero artista) compie nel piccolo e nel già-creato ciò che Dio ha compiuto agli inizi, nell’opera creatrice per eccellenza. Come Dio, per analogia, ha comunicato alla realtà creata la sua natura, cioè la sua verità, la sua bontà e la sua bellezza; così anche l’artista deve con la sua arte unificare il vero, il buono e il bello.


La bellezza è espressione visibile del Bene

Vi è un grande problema originatosi con la modernità prima e con la postmodernità dopo: venendo progressivamente meno il metafisico come fondamento imprescindibile sia per lo sviluppo del pensiero e sia per la comprensione dell’agire (è appunto il «In principio era il Verbo» del Prologo di san Giovanni), la concezione del bello non solo ha perso, altrettanto gradatamente, i canoni dell’oggettività (cioè il rapporto con il Vero), ma anche i canoni morali (cioè il rapporto con il Bene).
Nella già citata Lettera agli artisti del 4 aprile 1999, Giovanni Paolo II dà un giudizio ben preciso sulla bellezza: «[la bellezza] è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza. Lo avevano ben capito i greci che, fondendo insieme i due concetti, coniarono una locuzione che li abbraccia entrambi: “Kalokagathia”, ossia “bellezza-bontà”».
Prendiamo in considerazione i bambini. Questi solitamente non distinguono i termini “buono” e “bello” e “cattivo” e “brutto”. Se una cosa è buona, dicono spesso: «è bella!». Così se una cosa è cattiva, dicono: «è brutta!». Si tratta di un modo di non distinguere perché il bambino non pone l’osservazione nella dinamica della dimensione intellettuale, nel senso che il suo conoscere è soprattutto incentrato sul guardare ed eventualmente sullo stupirsi e sul meravigliarsi. Nei bambini la dimensione intellettuale si conserva strumento del vedere e del conoscere, senza che fagociti l’osservazione. Quando, infatti, la dimensione intellettuale si rende dominante, arrivando ad esautorare lo sguardo, si cade in quella prospettiva chiamata “intellettualismo”, che è la degenerazione della giusta utilizzazione dell’intelletto. Ed ecco perché i bambini quando osservano, giudicano; e così, quando vedono il bello, lo collegano immediatamente al buono, come quando vedono il brutto, lo collegano immediatamente al cattivo.  


NOTE
1) Santa Caterina da Siena, Orazione V.
2) Benedetto XVI, Discorso agli artisti, 21.11.2009.
3) Aurelio Agostino, Confessioni, X.
4) Ibidem.
5) Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, 04.04.1999, n. 15. Un concetto di questo tipo ben lo espresse anche il famoso poeta Mario Luzi (1914-2005) che disse: «A un certo livello, verosimilmente il più alto, la parola del poeta tradisce la stessa origine e scaturigine della parola profetica» (M. Luzi, La naturalezza del poeta. Saggi critici, Garzanti, Milano 1995, p. 154).