RELIGIONE
“Opzione fondamentale” e peccato
dal Numero 33 del 26 agosto 2018
di Suor M. Gabriella Iannelli, FI

Secondo alcuni teologi, la perdita della grazia santificante può essere frutto solo d’un atto che coinvolge la persona nella sua totalità, cioè un atto di opzione fondamentale. Spieghiamo più chiaramente tale dottrina che, con tutte le sue perniciose conseguenze, è stata condannata dalla Chiesa.

San Giovanni Paolo II ai numeri 65-70 della Veritatis splendor denuncia un’altra grave deviazione introdottasi negli ultimi decenni nella teologia e nella prassi morale, nota come “opzione fondamentale”. Egli scrive: «Secondo alcuni autori, il ruolo chiave nella vita morale sarebbe da attribuire ad una “opzione fondamentale”, attuata da quella libertà fondamentale mediante la quale la persona decide globalmente di se stessa, non attraverso una scelta determinata e consapevole, a livello riflesso, ma in forma “trascendentale” e “atematica”. Si giunge così ad introdurre una distinzione tra l’opzione fondamentale e le scelte deliberate di un comportamento concreto. L’esito al quale si giunge è di riservare la qualifica propriamente morale della persona all’opzione fondamentale, sottraendola in tutto o in parte alla scelta degli atti particolari, dei comportamenti concreti» (n. 65). In altri termini, secondo questa teoria, la moralità di una persona dipende innanzitutto dall’opzione fondamentale, piuttosto che dal suo comportamento e dalle scelte che fa. Ad esempio: se l’opzione fondamentale di una persona è per Dio e per il suo amore, questo è ciò che conta, anche se poi concretamente fa delle scelte non compatibili con la Legge di Dio... l’importante è che queste scelte non vengano fatte contro Dio, per disprezzo a Lui e al suo amore. Ancora più concretamente, ad esempio: se una persona commette un atto impuro, sarà peccato grave solo se c’è una opzione di fondo di rifiuto di Dio e della sua Legge; se invece i motivi non toccano questa opzione fondamentale, l’atto impuro non sarà gravemente peccaminoso.
Il Papa dimostra con chiare argomentazioni l’inammissibilità di questa posizione, spiegando che: «La fede, “che opera mediante la carità” (Gal 5,6), proviene dal centro dell’uomo, dal suo “cuore”, e da qui è chiamata a fruttificare nelle opere» (n. 66), portando come prova numerosi passi evangelici e paolini. Egli commenta il grave monito di san Paolo: «Voi fratelli, siete stati chiamati a libertà, purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne» (Gal 5,13), affermando che «è proprio questo il caso di un atto di fede – nel senso di un’opzione fondamentale – che viene dissociato dalla scelta degli atti particolari, secondo le tendenze sopra ricordate. Queste tendenze sono dunque contrarie allo stesso insegnamento biblico che concepisce l’opzione fondamentale come una vera e propria scelta della libertà e collega profondamente tale scelta con gli atti particolari. Mediante la scelta fondamentale l’uomo è capace di orientare la sua vita e di tendere, con l’aiuto della grazia, verso il suo fine, seguendo l’appello divino. Ma questa capacità si esercita di fatto nelle scelte particolari di atti determinati, mediante i quali l’uomo si conforma deliberatamente alla volontà, alla sapienza e alla legge di Dio» (nn. 66-67). Se si sceglie Dio e il suo amore, dunque, ciò abbraccia l’orientamento generale della vita, ma si concretizza  nelle scelte particolari di ogni giorno, di ogni momento; eventuali scelte contrarie alla Legge divina tradiscono l’opzione per Dio e portano in tutt’altra direzione.
 Nel caso di precetti morali positivi – spiega il Papa – la prudenza ha sempre il compito di verificarne la pertinenza in una determinata situazione, per esempio tenendo conto di altri doveri forse più importanti o urgenti. Ma i precetti morali negativi, cioè quelli che proibiscono alcuni atti o comportamenti concreti come intrinsecamente cattivi, non ammettono alcuna legittima eccezione; essi non lasciano alcuno spazio moralmente accettabile per la creatività di una qualche determinazione contraria» (n. 67). Come a dire, ad esempio: se l’aborto è un atto intrinsecamente cattivo, non basterà nessuna “opzione fondamentale” a giustificarlo e a renderlo non gravemente peccaminoso, e così di ogni altra grave offesa a Dio.
Purtroppo, però, in virtù di questa teoria si è arrivati a negare anche l’evidenza del peccato mortale sconvolgendo la distinzione tradizionale tra peccati mortali e peccati veniali: «Alcuni teologi – scrive il Papa – sottolineano che l’opposizione alla legge di Dio, che causa la perdita della grazia santificante – e, nel caso di morte in un simile stato di peccato, l’eterna condanna –, può essere soltanto il frutto di un atto che coinvolge la persona nella sua totalità, cioè un atto di opzione fondamentale. Secondo questi teologi il peccato mortale che separa l’uomo da Dio, si verificherebbe soltanto nel rifiuto di Dio, compiuto ad un livello della libertà non identificabile con un atto di scelta né attingibile con consapevolezza riflessa» (n. 69).
Contro questa tesi davvero arbitraria e perniciosa il Vicario di Cristo ribadisce la perenne Dottrina della Chiesa che a partire dal Concilio di Trento afferma «che è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso»; la perenne Dottrina insegna anche che per mancanza di piena consapevolezza o di deliberato consenso un peccato di per sé grave, non è più tale, ma «d’altra parte – scrive il Papa riportando le parole dell’esortazione Reconciliatio et paenitentia – “si dovrà evitare di ridurre il peccato mortale ad un atto di “opzione fondamentale” – come oggi si suol dire – contro Dio”, concepito sia come esplicito e formale disprezzo di Dio e del prossimo, sia come implicito e non riflesso rifiuto dell’amore. “Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l’uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell’amore di Dio”» (n. 70). 
Questo è l’insegnamento inequivocabile e perenne della Chiesa che viene riaffermato chiaramente e con forza nella Veritatis splendor: è il successore di Pietro che ci conferma nella fede!