ATTUALITÀ
CGTN: il megafono di Pechino
dal Numero 11 del 14 marzo 2021
di Pietro Maria Nieri

Per la conquista culturale dell’Occidente e dell’Africa, la Cina dispone di una rete televisiva con canali in più di 160 Paesi. Un progetto che è costato, solo per avviarlo, 6,6 miliardi di dollari. Dietro l’offerta di informazione professionale e multiculturale si cela un potente strumento di propaganda, saldamente in mano al Partito Comunista Cinese.

Diversi Paesi classificabili come potenze dispongono di reti televisive internazionali, in più lingue, finalizzate a esportare la propria cultura, visione del mondo e influenza politica. Anche la Cina comunista ha uno strumento simile, CGTN.

Viaggiando per il mondo o girando i canali di una Tv satellitare non è difficile imbattersi nelle numerose reti radiotelevisive dell’inglese BBC World Services, gigante di Stato che trasmette ovunque in 40 lingue dall’igbo all’hindi. Anche lo Stato francese, con France 24, ha dispiegato vari canali in arabo per il Medio Oriente, inglese per il mondo occidentale, francese per l’Africa e  in spagnolo per l’America latina. Similmente anche la qatarina Aljazeera trasmette canali all news in diverse lingue in gran parte del mondo. È così che questi Paesi riescono a modellare la cultura di altri popoli, avvicinandoli ai propri usi e costumi e alla propria visione valoriale e politica.

Le egemonie imperialiste della Repubblica Popolare Cinese non potevano essere da meno: nel 2016 nasce China Global Television Network, o CGTN, con sede centrale a Pechino e tre centri di produzione, a Nairobi in Kenya, Washington DC negli USA e a Londra in Gran Bretagna. Sorta sulle spoglie di un precedente progetto simile (il canale 9 della Tv di Stato CCTV), la nuova CGTN mira in particolare all’egemonia culturale in Africa, dove più concreta e aggressiva è la politica colonialista cinese. I canali televisivi della CGTN sono disponibili in più di 160 Paesi e regioni del mondo ma anche sul web e sui social network, con una audience complessiva che secondo il regime toccherebbe 150 milioni di spettatori. L’investimento iniziale per il lancio del broadcaster è stato stimato intorno ai 6,6 miliardi di dollari.

Questi gli auspici del presidente cinese Xi Jin Ping espressi al lancio del progetto: «CGTN dovrebbe raccontare bene le notizie sulla Cina e diffondere bene la voce della Cina; permettere al mondo di vedere una Cina multidimensionale e colorata; presentare la Cina come un costruttore di pace nel mondo, un contributore allo sviluppo globale e un sostenitore dell’ordine internazionale; e fare sforzi per costruire una comunità di destino comune».

Se diamo un’occhiata alla redazione centrale per l’Africa, vedremo che da Nairobi coordina uffici e corrispondenti in tutto il Continente con sedi anche a Lagos, Cairo e Johannesburg. Il servizio impiega un mix di giornalisti kenioti, africani, cinesi e produce il canale CGTN Africa che oltre a raccontare notizie locali dei vari Paesi africani, illustra le attività politiche, economiche e culturali del governo cinese e degli immigrati cinesi nel Continente nero, in sintesi fornisce una sponda  alla campagna di influenza strategica di Pechino.

Ma dietro la facciata professionale e multiculturale e i canali in cinque lingue si nasconde un potente strumento di propaganda. Numerosi sono stati i “reportage” dedicati a demonizzare le proteste per la libertà a Hong Kong, esaltare i successi di Xi e le tecnologie delle aziende del Dragone oppure a sminuire il genocidio culturale e la repressione di massa del popolo uiguro in Xinjiang, dove questa popolazione turcofona e prevalentemente musulmana è sottoposta a una massiccia campagna di sterilizzazione di massa e detenzione arbitraria in campi di rieducazione. La CGTN in questo caso non ha mancato di utilizzare perfino gli strumenti della Sinistra liberal occidentale per i suoi fini: infatti uno dei più importanti ricercatori che hanno scoperto e denunciato i campi di concentramento in Xinjiang è il tedesco Adrian Zenz, che ha raccolto una eccezionale quantità di informazioni da fonti sia aperte sia riservate elaborando poi i dati e riuscendo a localizzare le strutture detentive nonché quantificare il numero dei deportati; Adrian Zenz però è anche un fervente cristiano evangelico, e per questo in alcune occasioni ha espresso il pensiero della Bibbia sull’omosessualità. Ebbene la CGTN, pur di sminuirne il lavoro di inchiesta, lo ha accusato di omofobia.

Eppure la furbizia non sempre paga. Pochi giorni fa [4 febbraio 2021, n.d.r.], la Ofcom (la commissione britannica che regolamenta media e telecomunicazioni, molto simile alla nostra Agcom) ha revocato la licenza alla CGTN di trasmettere programmi in Gran Bretagna dopo aver verificato che l’organizzazione è «controllata in ultima analisi dal Partito Comunista Cinese». Le leggi britanniche sui media richiedono che il soggetto giuridico detentore della licenza di trasmissione abbia il controllo editoriale sui contenuti trasmessi. Ma secondo l’indagine di Ofcom, Star China Media Limited, la società privata che detiene la licenza nel Regno Unito, non ha effettivamente la responsabilità editoriale del contenuto trasmesso su CGTN – perché ce l’ha il partito comunista di Pechino – e quindi non può detenere la licenza. Dopo aver dato a CGTN «un tempo significativo per entrare in conformità con le regole statutarie», Ofcom ha stabilito che era «appropriato revocare la licenza». Inoltre la commissione inglese sta ancora indagando su diversi reclami contro la pratica CGTN di trasmettere confessioni forzate, ossia programmi Tv che mostrano interrogatori di dissidenti, critici del comunismo cinese, che sotto tortura o imposizione confessano di aver commesso reati. Ovviamente le torture e i condizionamenti psicologici non vengono mandati in onda, e i dissidenti vengono fatti passare a seconda dei casi per evasori fiscali, clienti di prostitute, nemici del popolo. La risposta cinese è stata immediata, l’11 febbraio il canale internazionale britannico BBC World News è stato bandito dalla Cina (dove per la verità era visibile quasi solo negli hotel per turisti internazionali) ma anche da Hong Kong, dove invece era ritrasmesso da una rete locale. Una guerra fredda mediatica è appena iniziata. I cattolici sono chiamati anche loro, sulla scia di san Massimiliano M. Kolbe, a combattere sul campo dei media con la parola e con la carità per portare a tutti quell’amore di Cristo che, esso solo – a differenza di ogni altra idea e ideologia –, crea.

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