ATTUALITÀ
La vera urgenza...
dal Numero 27 del 7 luglio 2019
di Corrado Gnerre

Il triste caso di Noa Pothoven è suonato come un campanello d’allarme. Nei Paesi dove l’eutanasia è legge, e più genericamente in un Occidente che ne ha fatta propria l’anima ideologica, i confini della “dolce morte” diventano sempre più labili e indeterminati. Dove non vi è più una ragione per vivere, non vi è più nemmeno una ragione per soffrire.

Non possiamo non parlare della diciassettenne olandese che ha deciso di farsi uccidere a causa di una depressione.
Seguendo il nostro stile, che vuole essere schematico per favorire l’attività apologetica, divideremo il discorso in tre punti: il caso, la notizia, l’interpretazione.


Primo: il caso

La notizia... ha fatto “notizia” perché si tratta di una diciassettenne e perché la causa che ha motivato l’eutanasia non è una malattia cosiddetta “terminale” o una disabilità fisica, bensì un disagio psichico.
Dunque, riguarda la cosiddetta “depressione”, sotto il cui termine – oggi – è un po’ di moda inserire qualsiasi melanconico o angosciante stato d’animo.
Va detto però che la depressione ha una sua “originalità”, nel senso letterale del termine. Si tratta di qualcosa che, riguardando la sfera psichica, ha una sua intrinseca individualizzazione, cioè è diversa caso per caso, situazione per situazione, soggetto per soggetto. Da qui l’assurdità di sentenze mediche secondo cui, in alcuni casi, non se ne possa venir fuori.
Allo stesso tempo è altrettanto fallace e strumentale affermare che possa essere “insostenibile”. Se l’insostenibilità non si può affermare a livello fisico (si pensi ad alcuni dolori), a maggior ragione non può essere affermata a livello psichico. Piuttosto si dovrebbe riflettere su cosa è davvero la felicità. Un disagio psichico deve essere giudicato – appunto – avendo come parametro l’essenza della felicità. E la felicità in sé non può mai essere alternativa alla sofferenza (una vita senza sofferenze è impossibile), bensì alla mancanza di speranza, cioè alla mancanza di poter dare alla sofferenza un senso, un significato, un valore.
E qui c’è una questione enorme, quella che riguarda la cultura dominante oggi. Una cultura vuota, nichilista, in cui non c’è alcun significato che si staglia all’orizzonte del vivere e anche dell’esistere nel proprio vissuto. Se non c’è un “dopo”, se non c’è un’eternità, se non c’è una dimensione del “dono”, ma si è solo gettati casualmente nel mondo, allora non c’è un senso per vivere, ma nemmeno un senso per soffrire.
In Olanda, così come in tutto l’Occidente e così come anche da noi, la croce è ormai solo un orpello, un vano ricordo, un oggetto da museo. La croce come senso, come fondamento e come orientamento del vivere è stata abbondantemente rimossa (perfino dagli altari) e la conseguenza non la sta “pagando” Colui che sulla croce si è sacrificato, ma noi che di quella croce dovremmo giovarci, ma che invece abbiamo scartato in nome di una ridicola autodeterminazione e autoredenzione. San Francesco d’Assisi giustamente diceva: «Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto». Ed è così. Se c’è un bene che attende, ogni sofferenza può essere “sopportata”; ma se non c’è un bene atteso, allora tutto si schiaccia sull’impietosità del presente e la singola sofferenza viene tarata sull’individuale capacità di sopportazione, che non solo può cambiare da individuo ad individuo, ma anche da situazione temporale a situazione temporale.
Chi conosce un po’ di teologia spirituale, sa che il Signore ai suoi eletti (i santi) non lesina prove durissime (le cosiddette notti oscure) che in alcuni casi hanno caratteristiche di enorme durezza. San Pio da Pietrelcina negli anni che vanno dalla sua Ordinazione sacerdotale (1910) alle stimmate fisiche (1918) visse una tale “notte” da arrivare a chiedere ai suoi figli spirituali di pregare affinché il Signore gli concedesse la grazia di poter morire al più presto. Tutto gli sembrava insignificante, noioso, insopportabile, assurdo e il demonio lo suggestionava talmente da fargli credere che non sarebbe riuscito a salvare la propria anima... ma nel profondo del suo cuore (solo nel profondo!) la pace non spariva.


Secondo: la notizia

Questo mondo, che si vanta di essere intelligente e capace, molte volte non si rende conto della stoltezza in cui cade. La prima cosa che si deve fare in questi casi è non parlarne. Potrebbe innescarsi un tristissimo “effetto Werther”. Quanti adolescenti si trovano nella situazione di Noa e cosa potrebbe accadere se dovessero rimuginare su questa notizia? Laddove – non ci vuole uno scienziato per capirlo – la guarigione dalla depressione sta proprio nell’alimentare la speranza di uscirne. Ma se viene detto che in alcuni casi (ed è un falso) non se ne può uscire, cosa può accadere in psicologie vulnerabili?


Terzo: l’interpretazione

E qui ancora una volta dobbiamo utilizzare il famoso esempio della valanga. Questa a monte inizia con pochi sassi che rotolano, poi, incamerando neve su neve, si fa enorme fino a distruggere interi villaggi.
Una volta che si introduce il principio secondo cui una sofferenza non è più sopportabile per cui si ha il diritto di chiedere la morte e si acconsente a questa richiesta, allora ogni richiesta in tal senso diventa legittima. Cosa c’è di oggettivo che può stabilire se una sofferenza è sopportabile o meno quando tale sopportazione è tarata sulla singola personalità? E inoltre, anche volendosi appellare alla questione della guarigione, l’uomo da quando nasce è già un “malato terminale” nel senso che la sua vita ha un termine e la morte lo definisce... in questo Heidegger, che pure è un filosofo antimetafisico, afferma una cosa interessante ponendo la morte come principium individuationis della vita umana.
È oramai il trionfo dell’eugenetica, è inutile nasconderselo. Ciò che sta accadendo in alcuni Paesi a proposito di eutanasia su bambini e adolescenti è selezione naturale di stampo neonazista.
È la cultura della morte, che altro non è che cultura delle tenebre.
Noi cattolici abbiamo il dovere di leggere la storia alla luce della Fede (teologia della storia), per cui è chiaro chi sta dietro a questa cultura. È l’Avversario. È colui che spinge a distruggere ogni speranza. È colui che fa credere illusoriamente che la vita è degna solo se è spensierata... e nello stesso tempo infligge pensieri di morte e di disperazione.
Dinanzi a questa situazione, che sarà sempre più dilagante, occorre sacrificarsi e inginocchiarsi. Occorre rispondere agli appelli dell’Immacolata che invita ad offrire ogni umana sofferenza per la conversione dei peccatori.
Questa è la vera “cattolica” urgenza: salvarci dall’inquinamento delle idee di morte e del demonio... non certo da quello dei gas serra!