ATTUALITÀ
Da Roma, la voce dell’Italia per la Vita
dal Numero 22 del 3 giugno 2018
di Giovanni Apollinare

Anche quest’anno la Marcia per la Vita ha unito migliaia di uomini di buona volontà nella difesa del diritto alla vita come primo dei principi non negoziabili, iscritto nel cuore e nella ragione di ogni uomo e – per i cattolici – derivante anche dalla comune fede in Dio Creatore.

Migliaia di persone hanno sfilato per le vie di Roma da piazza della Repubblica fino a piazza Venezia lo scorso 19 maggio nella Marcia per la Vita, per affermare la sacralità della vita umana e la sua assoluta intangibilità dal concepimento fino alla morte naturale.
L’evento pro-life più rilevante del panorama italiano, giunto alla sua ottava edizione, s’è arricchito quest’anno di un ulteriore significato, snodandosi tra anniversari e fatti di cronaca cruciali che hanno contribuito a stimolare un risveglio di coscienza popolare: ci si trovava a poche settimane dall’uccisione del piccolo Alfie Evans e dalla rimozione forzata dei manifesti di CitizenGo e ProVita da parte del sindaco di Roma, Virginia Raggi, ma anche a pochi giorni dal 40° anniversario della promulgazione della legge 194 che ha legalizzato l’aborto in Italia.
«Non vogliamo far passare questo anniversario – ha spiegato dal palco la presidente della Marcia, Virginia Coda Nunziante – senza chiedere ai nostri politici, e principalmente a coloro che sono qui in piazza con noi, di abrogare la legge 194, e in attesa che si arrivi a questo, intanto di togliere immediatamente dalla spesa pubblica i 2-300 milioni di euro che ogni anno sono dedicati ad uccidere i nostri bambini. Tutti sappiamo qual è la situazione della Sanità pubblica nel nostro Paese: è mai possibile che per avere un’ecografia, una tac, una risonanza, ci vogliono mesi se non ci si può permettere di pagare profumatamente le analisi, ed invece per abortire, per uccidere, tutto si risolve in pochi giorni ed è tutto gratuito perché a spese dello Stato e dunque di tutti noi contribuenti? Tutto questo noi vogliamo denunciare perché la nostra è una società molto ipocrita che ormai pratica l’eugenetica e l’infanticidio di Stato di cui abbiamo avuto un drammatico esempio in Gran Bretagna con l’uccisione del piccolo Alfie Evans».
È da notare una positiva novità, rispetto agli anni passati: la presenza di una quindicina di sindaci con fascia tricolore e diverse figure istituzionali quali l’on. Lorenzo Fontana, vicepresidente della Camera dei Deputati, l’on. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, l’on. Giancarlo Giorgetti, capo-gruppo della Lega alla Camera; oltre ad una massiccia presenza di giovani, tra cui anche gli “Universitari per la Vita”.
Nel corteo – convinto, gioioso, colorato e chiassoso come sempre – hanno sfilato famiglie, adulti e bambini, tra slogan, canti e preghiere.
Importante, poi, la presenza discreta ma eloquente di alcune autorità religiose come il card. Raymond Leo Burke, mons. Carlo Maria Viganò, nunzio apostolico emerito negli Stati Uniti d’America, e mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, assieme a vari parroci e rappresentanti di Istituti religiosi.
Come ogni anno, al termine della Marcia i partecipanti si sono raccolti attorno al palco in piazza Venezia per ascoltare alcune testimonianze, poiché – come si è affermato dai microfoni – «non vogliamo solo piangere le vittime ma onorare l’esempio di tanti uomini e donne che con coraggio difendono la vita. Uomini e donne come i genitori di Alfie Evans e i genitori di Vincent Lambert che ci insegnano come il coraggio e la determinazione con cui si combatte sono una forza inarrestabile».
Sul palco hanno parlato: Janet Moran, presentando la sua associazione Silent no more, fondata in America per aiutare le donne che hanno abortito; Margherita, una giovane donna, madre di due figli, convinta lo scorso gennaio ad uccidere il suo terzo bimbo, la quale, amaramente pentita, ha voluto lasciare la sua contro-testimonianza. Poi è stato il turno di Federica, una ragazza down romana che ha raccontato quanto la sua vita sia felice, bella e sicuramente degna di essere vissuta.
Infine ha preso la parola Viviane, la madre di Vincent Lambert, quarantenne francese recentemente balzato alle cronache, il quale, trovandosi in coma da anni, è costantemente sotto minaccia da parte di alcuni giudici francesi che vorrebbero smettere di alimentarlo, contro il volere dei genitori. «Non è in uno stato vegetativo – ha detto la madre dal palco –, non è un tronco, è un disabile con gravi deficit, che però interagisce con chi gli sta vicino, con fratello, sorella, genitori».
Dalla variegata molteplicità di volti e gruppi che ha animato la marcia nel pomeriggio romano è dunque salito un grido unico e compatto: “Non uccidere!”. Imperativo che colloca tutti, credenti e non credenti, nell’autentica, unica, comune civiltà umana. Imperativo divino che alberga nella coscienza di ogni uomo, e si può tradurre con le chiare lettere dell’antico apologeta cristiano Lattanzio: «Solum Dominus habet vitae et necis veram et perpetuam potestatem» (Solo Dio ha la vera e perpetua potestà del diritto di vita e di morte).
Il no fermo e incondizionato all’aborto è di fatto lo stesso no che si dice, a tutela della vita di tutti gli uomini, all’uccisione dell’uomo. Se con l’avallo della legge è lecito uccidere il più indifeso e innocente degli esseri umani, per volontà assoluta di un adulto, allora la vita umana diventa merce negoziabile, e siamo alla deriva più bieca della moderna mentalità materialista e consumista.
Eppure, la Marcia pro-life italiana sta crescendo, e quest’anno si è inserita in un contesto mondiale anche più roseo: nelle settimane precedenti erano giunti degli importanti segnali per l’incremento di una sensibilità antiabortista, sia a livello popolare e sia di coscienza politica, dagli Stati Uniti – con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone alla ormai storica Marcia per la vita di Washington, salutata con parole forti e incoraggianti dal presidente Trump, la cui amministrazione ha avviato l’iter per tagliare i fondi alle cliniche che praticano o consigliano l’aborto – e dalla Francia, con i suoi 40mila partecipanti alla Marcia per la vita di Parigi.
Tutti segnali che inducono a coltivare un moderato e sano ottimismo sulla possibilità di riuscire, prima di raggiungere il traguardo finale della totale abrogazione della legge 194, a frenare la deriva antropologica in atto.
Da Roma, culla del diritto e della cristianità, anche quest’anno è giunto un forte contributo alla nobile causa.  



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La testimonianza di Margherita Fraiese


Margherita Fraiese, la giovane donna napoletana che ha parlato sul palco in piazza Venezia, al termine della Marcia si è resa disponibile per raccontare anche ai lettori de “Il Settimanale di Padre Pio” la sua storia, ora che il rimorso e il dolore per la scelta compiuta si sono trasformati nella decisa volontà di combattere l’aborto per risparmiare ad altre donne la stessa lacerante sofferenza.

D.: Margherita vuole raccontarci la sua storia?
R.: Mi chiamo Margherita ed ho 37 anni. Sono sposata con Gaetano da 13 anni e sono madre di due bambini, Luigi e Giusy di 13 e 12 anni.
La sofferenza si è affacciata molto presto nella mia vita. Quando avevo 12 anni ho perso mio fratello Giuseppe di 8 anni a causa di una malattia inguaribile. Poi, quando la vita stava ricominciando a scorrere si è ripresentato un nuovo dolore: un altro fratello, Toni, di 15 anni, ci lasciò a causa di un grave incidente stradale.
Mia madre, dopo due lutti, si chiuse in un gelido mutismo assecondata in questo atteggiamento da mio padre. Parlava pochissimo, solo per gli aspetti essenziali della quotidianità.
A 24 anni mi sono sposata e la nascita del mio primo figlio Luigi ha colmato ogni vuoto riempiendo la mia vita. Poi è arrivata anche Giusy.
A settembre 2017 ho scoperto di essere nuovamente incinta. La gravidanza è arrivata in un momento di forti difficoltà coniugali segnate da anni di buio, incomprensioni e ferite nel rapporto con mio marito. A tre mesi ho appreso che il mio piccolo bambino era affetto da trisomia 21, ossia la sindrome di down. Alla notizia mi ha assalito un terrore grande che ha monopolizzato tutti i miei pensieri. Inoltre la soluzione facile, suggerita dal falso buon senso del medico, era: togliere il problema con l’aborto. Pensavo di risolvere così ed invece sono cominciati i problemi.
Una mia cugina, Bernadette, si offrì di prendere lei in casa sua il bambino e avere cura di lui. Io però non ho voluto accettare la proposta che la Provvidenza mi offriva. Ragionavo così: “È innaturale partorire un figlio e poi darlo a un’altra persona”. Invece è un ragionamento completamente sbagliato perché, al contrario, è innaturale uccidere un figlio anziché donarlo.


D.: Chissà se in questa scelta può incidere anche un fattore psicologico. In fondo, l’esistenza del proprio figlio accudito da una donna diversa dalla madre, testimonierebbe ogni giorno il fallimento della propria maternità. Poi cosa ha fatto? 
R.: Arrivata a 18 settimane, ho praticato l’interruzione di gravidanza. Una cosa orribile. Erano le quattro di notte dell’11 gennaio di quest’anno. Una data e un orario che non dimenticherò mai più. Solo allora ho realizzato cosa avevo fatto. Una nuova morte segnava la mia vita, ma con una differenza fondamentale. I miei fratelli erano morti per malattia e per causa accidentale. Mio figlio, invece, era morto per una mia precisa scelta.
Non posso descrivere il senso di angoscia, lo sconforto, il dolore, le lacrime amare versate. Ho provato un senso di colpa profondissimo, una sorta di abbattimento interiore, un malessere che ti toglie il respiro. Ho chiesto perdono a Dio e a mio figlio che, spero e credo, oggi viva in Paradiso.
Ho raccontato la mia storia a una suora di clausura che mi ha indirizzato presso padre Francesco Cirino, parroco del santuario eucaristico diocesano in San Pietro a Patierno. Lui mi ha ascoltato poi mi ha invitato a confessarmi e mi ha dato l’assoluzione. Come è indescrivibile il dolore provato per un aborto, così è assolutamente indescrivibile il senso di liberazione seguito all’assoluzione. È come se una luce squarciasse le tenebre. Ho pianto abbondantemente, ma questa volta erano lacrime di gioia. Mi sentivo finalmente riconciliata con Dio e con mio figlio. Poi ho provato la dolcezza consolante dell’Eucaristia. Una sorta di anticipo di Paradiso.


D.: Ora che si è riconciliata con Dio, come pensa il suo futuro?
R.: Sono fermamente determinata a testimoniare al mondo intero che l’aborto non è mai una soluzione, che la vita, in qualunque situazione, in ogni momento, è sempre benedetta da Dio e quindi da accogliere sempre. Vorrei dire a ogni donna, a ogni famiglia, di non fare mai la mia scelta. Con l’aiuto di Dio, e degli uomini che Lui ti manda, tutto si affronta e si supera. Io so con certezza che questa mia sofferenza Dio la utilizzerà per aiutare altre donne a dire sì alla vita.
Impegniamoci insieme ed aiutiamo questa società a guardare con occhi diversi la malattia, a guardarla con gli stessi occhi di Gesù. Cerchiamo di far capire a tutti che il bimbo è vivo già dal concepimento, che dopo pochi giorni ha già un cuore che batte, che sarà un uomo unico e irripetibile, con un valore infinito anche se fosse segnato dalla malattia. La malattia non diminuisce la dignità della vita umana, la morte, invece, spezza per sempre la vita di un essere umano innocente.