MARIA SS.MA
L’umiltà della Vergine, terra natale di Gesù
dal Numero 47 del 30 novembre 2014
di Don Dolindo Ruotolo

La contemplazione dell’anima di Maria Santissima è la più bella ed efficace preparazione all’avvento di Gesù Cristo. Tutto in Lei è predisposto alla venuta del Salvatore: la sua anima orante lo chiama, il suo amore lo attira, la sua sublime umiltà lo vince!

In un’umile borgata, celebre non per gran­dezza ma per il disprezzo proverbiale nel quale era tenuta, viveva un’umile ver­ginella, sposata ad un umile falegname. Quando si voleva dare un appellativo di disprezzo, si diceva: “È stolto come uno di Nazareth”, e quella borgata era così umiliata, che non si credeva potesse dare i natali a qualche cosa di buono. Il Signore, che deride le umane vedute e che si compiace dell’umiltà, volle scegliere proprio questa borgata come luogo per incarnarsi. Come Egli adagia la fava nel morbido baccello e manda la rugiada fecondante nella notte, così volle riposare nell’umiltà, e discendere in un luogo di sommo nascondimento agli uomini.

La culla del Creatore

L’umiltà, l’umiltà è il fascino di Dio, perché è il foco nel quale la sua luce può riflettersi e la sua grandezza può manifestarsi. Egli che, conoscendo se stesso genera il Verbo, non trova altro luogo dove riporre il Verbo fatto fiore di Iesse che nell’umiltà, conoscenza di se stessi nella piccolezza. La creatura, conoscendo se stessa ed umiliandosi, attira il Creatore; nel soave vuoto dell’umiltà Egli rifulge, poiché il disprezzo amoroso nel quale la creatura si sprofonda è apprezzamento di Dio, ed ha qualche cosa di quell’eterna conoscenza feconda del Verbo eterno. È un mistero d’amore che il mondo non conosce.
L’orgoglio è di sua natura ingombrante ed accecante; è disconoscimento di Dio, è apprezzamento di se stesso ed è il meno adatto a ricevere la luce eterna, perché opaco e ancorato nella sua stoltezza. L’umiltà, l’umiltà, qual sapore di pace e di fecondità ha questa dolcissima virtù! Ogni vita, ogni ricchezza preziosa nel mondo erompe dall’umiltà: la pianta viene dal seme, sempre piccolo e sprofondato sotterra, la gemma viene dalle tenebre d’una miniera, l’oro è in fondo al terreno o nei gorghi delle acque, la perla è tra le valve d’un mollusco legato allo scoglio negli abissi del mare. Non nasce la vita se una creatura non si umilia ad un’altra, non prospera nei fulgori ma nel silenzioso mistero della gestazione. Tutto quello che appare troppo o fa troppo frastuono ha più i segni della morte che della vita.
Umiltà, umiltà: quanto è alta questa bassezza ineffabile! Si curva per ricevere l’abbraccio di Dio, e diventa potenza, sapienza ed amore! Umiltà, umiltà, quanto sei bella nel tuo splendore nascosto, gemma di purissima acqua che raccoglie il raggio del divino Amore e si bea nella silenziosa contemplante adorazione! Umiltà, umiltà; virtù che attrae le angeliche schiere com’è attratta la tenerezza materna sul piccolino che dorme nella culla, poiché gli angeli, dopo la caduta di Lucifero e delle sue schiere, hanno orrore dell’orgoglio e sono attratti dall’umiltà che li rese eternamente felici!

La Verginella di Nazareth

L’umiltà attrasse Dio sulla terra, poiché la Verginella da Lui scelta come suo tabernacolo vivente era la più umile di tutte le creature. Maria, della discendenza di Davide, di stirpe regale, era in realtà sconosciuta a tutti, e viveva come umile persona del popolo nelle modeste condizioni di una vita di lavoro. S’era tutta consacrata al Signore fin dalla piccola età nel tempio, e gli aveva offerto la sua verginità immacolata; ma chi aveva cura di Lei l’aveva voluta sposare ad un uomo della stessa casa di Davide, Giuseppe e, come si usava in quei tempi, aveva contrattato il matrimonio a sua insaputa. Essa aveva obbedito, fiduciosa di conservare intatto il suo giglio, poiché l’uomo al quale era stata legata era di straordinaria virtù. Può supporsi che gliene avesse parlato; ma forse, con maggiore probabilità, s’era interamente affidata al Signore, aspettando da Lui la guida nel suo misterioso cammino. Nella sua profonda intuizione della divina volontà, aveva capito che Dio aveva un fine in quel casto connubio, e s’era acquietata confidando in Lui. Questo non è una pia supposizione, ma può dedursi dal suo atteggiamento verso san Giuseppe, dopo l’Incarnazione del Verbo, poiché, come vedremo, Essa non gli svelò il mistero, ma attese che Dio glielo avesse svelato.
La purezza dell’umile Verginella era ineffabile. Nessuno ha potuto scrutarne a fondo il mi­stero, poiché era una purezza completa.
Concepita Immacolata, era l’unica creatura sfuggita alla macchia originale ed era discesa in terra dalle altezze dei cieli, dove Dio l’aveva creata, come un fiore tutto profumato di grazia. Il suo Santo Nome, Maria, rispecchiava la sua grandezza, poiché Essa era nobile come una grande signora, ed aveva nella sua virtù qualche cosa di immenso, bella nell’anima per l’ordine ammirabile delle sue potenze e nel corpo per la perfezione delle linee purissime, tutte fulgenti di santità. Non aveva nulla di affettato nella sua grande virtù, e l’umiltà e la semplicità erano il suo velo più bello.
Nessuno avrebbe mai sospettato che l’umile fanciulla silenziosa, soffusa tutta di un sorriso di bontà e di pace, che andava ad attingere l’acqua alla pubblica fontana e lavorava col fuso e tesseva, fosse più grande degli angeli; era un orto chiuso, abitacolo della Santissima Trinità, una fonte sigillata, un santuario di amore divino, dove s’elevavano come ostie di amore le preghiere e le offerte del suo cuore. [...].
È opinione dei Padri, opinione concorde che rispecchia la verità, che Maria affrettò i momenti della discesa del Verbo di Dio fra noi; fu la sua preghiera che aprì i cieli, ed è logico supporre che questa preghiera culminasse nel momento dell’Annunciazione. Noi non facciamo perciò solo delle pie congetture, ma ricostruiamo psicologicamente, benché pallidissimamente i momenti arcani nei quali Maria divenne Madre di Dio per opera e virtù dello Spirito Santo. L’eterno Amore la fecondò quando Essa più sospirò alla gloria di Dio ed alla salvezza degli uomini.
Era raccolta in Dio e si volgeva a Lui pregando. Com’era bella! Nessun pittore ha potuto ritrarla in questa bellezza, perché nessuno ha saputo dipingere la luce dello spirito trasparente dalla carne purificata dall’amore divino. Maria era genuflessa, in atteggiamento di profonda umiltà; aveva le mani conserte, il capo velato, il cuore a Dio, e gli occhi socchiusi nella più soave modestia. Quei suoi grandi occhi, pieni della luce di Dio, erano come velati dalle palpebre, che si abbassavano quasi velo del tempio, sul mistero della verità e dell’amore. La fronte purissima era serena, e splendeva per il riflesso dei suoi grandi pensieri. Le guance pallide, con una leggera sfumatura di rosa davano al suo volto l’aspetto d’un fiore aperto nella bruma, che attende il raggio vivificante del sole. La sua bocca era atteggiata ad un sorriso di pace, riflesso della felicità interna che l’inondava .
Era un monumento di purezza, e le sue stesse vesti spiravano come profumo di nardo soavissimo. Essa non supponeva neppure lontanamente che potesse essere l’eletta di Dio.
Pregava.